Benvenuti a “pazzolandia”

By davide sometti | dicembre 20, 2011

La Corea del Nord è l’ultima dittatura di stampo stalinista al mondo.

Vi consiglio caldamente questo video in tre parti, uno dei pochi documentari esistenti al mondo sulla Repubblica Democratica Popolare di Corea.

La Corea del Nord, dopo l’annuncio della morte del “Caro Leader” Kim Jong-il è in totale isolamento e non si riesce a capire quali scenari futuri si prospettano per il 4° esercito più grande del mondo. L’unica certezza è la successione del terzogenito Kim Jong-un che però oltre ad inesperienza governativa vanta un pregiudizio posto in essere dal Confucianesimo in merito alla sua età.

Ciao Steve!

By davide sometti | ottobre 6, 2011

Ci ha lasciati il più grande marketing e sales manager del mondo, una persona di certo non conformista e attenta come poche al particolare.

Lo ricordiamo con il suo ormai mitico discorso a Stanford (in italiano).

L’Islanda: dalla bancarotta di Stato alla giustizia popolare

By davide sometti | settembre 8, 2011

di Roberta Zunini

Quanto sarebbe bello se la lingua italiana trasformasse il pronome “noi” in un nome proprio. Come in islandese. Forse si riuscirebbe a far capire alle istituzioni l’ovvia equazione, che “noi” è uguale a tutti e, contemporaneamente, a ognuno. Che gli interessi dello Stato corrispondono alla collettività e a ciascun cittadino, non solo alle caste. Quelle più in alto nella scala gerarchica. E chi tradisce questo senso dello Stato viene perseguito: banchiere o politico che sia. Accade in Islanda, dove il Parlamento ha deciso di far perseguire dalla magistratura l’ex premier Geir Haarde – leader del Partito conservatore – per accertare le sue responsabilità nella bancarotta dello Stato di 3 anni fa.

Foss’anche  “per non aver saputo comprenderla o impedirla” (i reati che potrebbero essergli imputati). Dopo aver giudicato e spedito in galera alcuni banchieri, l’Islanda vuole ora capire quanto i suoi politici siano stati negligenti o noncuranti.Se i banchieri sono stati i responsabili dell’acquisto di titoli tossici, il capo del governo ha fatto il suo dovere? O, piuttosto, ha fatto finta di nulla, pur sapendo dell’attività spregiudicata degli istitutibancari?O,ugualmentecolpevole, è stato superficiale e noncurante? Haarde, premier dal 2006 al 2009, rischia 2 anni di carcere. Prima del tracollo finanziario del 2008, la “baia di vapore”, Rejkiavik, era da anni al primo posto nella lista delle città con la migliore qualità di vita. Un primato che non significava felicità, ma aiutava a raggiungerla. Tutta l’Islanda, non solo la capitale, fino ad allora , era considerata dai soloni dell’economia un Paese affidabile, in forte crescita, nonché un limpido paradiso finanziario – non come le Cayman o Santa Lucia. La politica economica dell’allora governo liberista di destra, era impegnata da tempo nell’ attrarre il più possibile i capitali stranieri. Proponendo agevolazioni fiscali per gli investimenti in tecnologie e nuove energie grazie anche alla sponda delle banche che erogavano generosi prestiti.

La messe di capitali stranieri veniva poi investita secondo le, ormai ben note, regole della finanza creativa. Con le banche inglesi – una per tutte la Lehman – crollò anche l’impalcatura finanziaria dell’Islanda e la sua caduta generò il crollo di altre economie. Si innescò così il primo grande effetto domino. Il default dello Stato islandese ha dimostrato alla comunità internazionale che le conseguenze possono essere disastrose, per tutti.    La più grande isola europea dove abitano solo 300mila persone, è tuttora, uno dei Paesi con il reddito pro capite più alto – circa 39 mila euro all’anno – ma non è più considerata dagli economisti la terra della vita facile. I loro parametri però sono diversi da quelli dei comuni mortali.    Se la gente non è contenta, non è a causa della flessione della macroeconomia. Il malcontento è dovuto alla perdita del lavoro, che in questa isola ghiacciata e isolata, è una fonte di denaro ma soprattutto è un’opportunità. Per vivere con dignità e stabilire relazioni sociali. La cupezza attuale della quotidianità islandese è aumentata dalla perdita di fiducia nelle istituzioni. Ma per fortuna non c’è stata fuga nel qualunquismo. E, nelle prime elezioni dopo la bancarotta, tutti sono andati a votare. Per il partito socialdemocratico, allora all’opposizione.

Così, dal 2009, li governa Johanna Sigurdardottir, donna e lesbica. Da sempre impegnata per i diritti delle minoranze, era già stata ministro degli affari sociali. Ecco, quando si dice, trasformare una crisi in una opportunità. La ripresa dell’Islanda è ricominciata lentamente. Talvolta si inabissa ancora nelle acque gelate che la circondano, talvolta erutta dalla bocca del vulcano (con il fumo che scorso anno ha impedito all’Europa di volare per diversi giorni). Per poi essere risucchiata dai geyser. Certo è che la premier Sigurdardottir, che da ragazza faceva la hostess, ora ha 66 anni, ha ridato portanza alla sua comunità.    Che è tornata a frequentare le piscine geotermali, il passatempo preferito degli islandesi. Grazie all’acqua in perenne ebollizione nel sottosuolo e ai geyser, gli islandesi hanno sempre il riscaldamento gratis. Anche in questo caso, gli islandesi sono riusciti a fare di un problema, un vantaggio. La natura matrigna è diventata madre: il bradisismo, le strade che si rompono improvvisamente e impediscono la viabilità, i pericolosi geyser, sono stati trasformati in occasioni di lavoro, di divertimento, di benessere. La sessualità in confronto e accoglienza del diverso. La politica corrotta in riflessione sull’etica. In riscatto. In esempio. Dopo il buio, il sole a mezzanotte. E noi?

fonte: il Fatto Quotidiano dell’8 settembre 2011

Se l’Africa ha il mal d’Europa

By davide sometti | maggio 28, 2011

di Massimo Fini

Siamo continuamente sollecitati a versare, anche via sms, un obolo per l’Africa nera, soprattutto per i bambini che non hanno scuole, che non possono usufruire di un’educazione come si deve, che muoiono di malattie da noi curabilissime, come il tifo, o scomparse da tempo come la malaria. Alcune aziende, per accattivarsi i possibili clienti, dichiarano che uno o due euro saranno destinati ad aiutare l’Africa. Quando questi soldi arrivano a destinazione, se vi arrivano, sono maneggiati da ong che, animate dalle migliori intenzioni, li utilizzano per certi progetti in loco. A queste ‘anime belle’ voglio raccontare la storia di Nana Konadu Yadom, una Ashanti, antichissima tribù dell’Africa nera, regina di un piccolo villaggio, Besoro, immerso nella giungla subtropicale del Ghana. Quando è ancora principessa Nana parte per l’Italia perché vuole incontrare una suora di cui ha sentito parlare e l’ha affascinata. Al momento di partire è presa da qualche dubbio guardando i volti luminosi, gli occhi limpidi, sereni della sua gente e i mille bambini che scorrazzano allegramente. Ma parte. L’impulso alla conoscenza è più forte. Prima di raggiungere la suora, che dovrebbe stare, secondo vaghe indicazioni, in una città del Nord, si ferma in Sicilia dove, per vivere, si adatta a fare la colf. Quando raggiunge la città della suora, Schio, viene a sapere che è morta da cinquant’anni. Si ferma a Schio, sempre come domestica. Del nostro Paese non ha una percezione negativa, ne ammira le conquiste, anche se nota che tutti hanno sempre una tremenda fretta, vanno di corsa, sono ossessionati da uno strano strumento, l’orologio, tutte cose sconosciute a Besoro, anche perché a Besoro l’orologio non esiste, ci si regola con il levar del sole e quando l’ombra lambisce le radici di un certo baobab.

Nel frattempo a Besoro la regina morente, che è sua zia, l’ha nominata per la successione. Ma Nana rimane ancora un po’ in Italia. Diventa un caso: una regina che fa la sguattera! Finisce sui giornali. Per un pelo non la portano all’Isola dei Famosi. Dopo diciotto anni in Italia, Nana torna al suo villaggio, richiamata dal Consiglio degli Anziani perché adempia ai suoi doveri di regina. Ormai partecipe delle due culture Nana vuole portare qualche innovazione a Besoro, niente di grandioso: una piccola scuola, un piccolo ospedale. Costruito questo il medico, un nero pure lui, le fa notare che l’ospedale è inutile se non si costruisce anche un pozzo in modo che i bambini e gli adulti di Besoro non si abbeverino a un laghetto putrido dove si infettano. Comincia così una nota trafila da cui non si esce più. I bambini si ammalano di meno, ma Nana nota con sorpresa, che gli abitanti sono diventati tristi, non hanno più i volti luminosi, gli occhi limpidi, felici, mentre è comparsa una malattia mai vista a Besoro, l’ipertensione. Il virus occidentale ha rotto equilibri ancestrali. Il primo a squagliarsela è il cacciatore Coio che torna nella foresta, poi altri, infine anche il tranquillo zio Ofa se ne va, mentre uno che lavora in ospedale le dice con una voce quasi infantile: “Io non posso vivere con l’orario”. L’esperimento è stato fallimentare. Mi piace concludere questo apologo con le parole di Andrea Pasqualetto, il giornalista che ha raccolto il racconto della regina Nana Konadu Yadom per un libro che uscirà prossimamente da Marsilio: “Chi l’ha detto che l’Africa nera deve essere aiutata? Chi l’ha detto che servono scuole, ospedali, pozzi? Servono a chi? Agli africani o a noi?”.

fonte: “il Fatto Quotidiano” del 28 maggio 2011

Il Nucleare in Francia

By davide sometti | maggio 27, 2011

Il video è in 9 parti, buona (anzi brutta) visione.

Segnalato dal Movimento 5 Stelle Trentino, raggiungibile qui.

Chi vola sopra la tua testa? Scoprilo con flightradar24.com

By davide sometti | aprile 28, 2011

Ho scoperto da poco questo bellissimo sito di tracciamento voli, consultabile a questo indirizzo qui.

FlightRadar24 permette di visualizzare il traffico aereo in tempo reale su mappa google, tale servizio copre circa il 90% del traffico aereo europeo.

La tecnologia per ricevere informazioni di volo degli aerei è chiamata ADS-B.

FlightRadar24 si appoggia a una rete di diverse centinaia di ricevitori ADS-B sparsi in tutto il globo, ricevendo in real time le informazioni che poi visualizza nell’applicazione. Tutti gli aerei che non supportano tale tecnologia – ADS-B – sono quindi non visibili da tale servizio.

Ogni singolo aereo è rappresentato dal logo della compagnia aerea relativa, e viene visualizzato in diretta sulla mappa con i dati di volo, velocità e altezza, oltre alla sigla stessa del volo.

Per ogni volo, come si può vedere nella figura sotto,  possiamo vedere la rotta precisa che sta seguendo l’aereo, conoscere la sua altezza, velocità di crociera, provenienza e destinazione.

Very Finlandesi

By davide sometti | aprile 18, 2011

Le elezioni politiche in Finlandia hanno visto prevalere il partito dei conservatori guidato dal ministro delle finanze uscente, Jyrki Katainen, vittoria che risulta essere sofferta e di misura.

I veri protagonisti di questa elezione sono di certo il partito populista nazionalista ed euroscettico di estrema destra dei Veri Finlandesi che è salito al terzo posto, conquistando il 19,0% dei voti, sfiorando il sorpasso ai Socialdemocratici (19,1%), e ponendo, secondo i timori di molti analisti, una possibile ipoteca sulla politica europea di Helsinki e anche al salvataggio finanziario del Portogallo.

Vediamo in breve come sarà composto il parlamento. Il partito nazional-conservatore avrà 44 dei 200 seggi parlamentari in palio (ne aveva 50 nell’ultima tornata), mentre i Socialdemocratici (Sdp), il principale partito d’opposizione, ne avranno 42 (ne avevano 45) e i Veri Finlandesi 39 (ne avevano solamente 6).

Il risultato ottenuto ieri dai Veri Finlandesi, una sorta di “Lega Nord” in chiave finnica, riflette in parte l’insoddisfazione dell’opinione pubblica per il costoso salvataggio di economie più deboli, Grecia, Irlanda e del potenziale aiuto al Portogallo (PIGS) e dall’altro lato rispecchia la situazione sociale della popolazione, fatta di crisi economica e disoccupazione, che porta come conseguenza un voto più radicale e decisamente “di pancia”.

Ciao, Vik!

By davide sometti | aprile 15, 2011

Non voglio star qui a far polemiche sui veri responsabili del rapimento e dell’uccisione di Vittorio Arrigoni. Lascio alla vostra intelligenza la valutazione dell’intera vicenda.

Lo seguivo da ormai più di un anno, da quando avevo avuto la fortuna di aver la sua amicizia su facebook, in questa maniera mi tenevo aggiornato sulle news che provenivano dalla martoriata striscia di Gaza.

Vittorio, anche se non era di professione giornalista, era molto sintetico ed efficace, le due armi migliori per un cronista che scrive da una zona di guerra.

Cosa perdiamo con la morte di Vittorio? Perdiamo prima di tutto un uomo giusto, una persona che ci ha resi orgogliosi come italiani, una persona che ha messo la propria vita al servizio di chi non ha niente ed è devastato da una guerra continua, per di più da una guerra infame, combattuta da robot (droni) contro civili inermi.

E’ molto triste pensare che il suo blog non verrà più aggiornato perché era ed è un dettagliato diario dell’inferno Medio Orientale, fondamentale per capire cosa veramente succede nella tanto decantata “terra santa”.

Riposa in pace Vittorio, che la terra ti sia finalmente lieve.

Il Paese Bordello

By davide sometti | febbraio 8, 2011

di Maurizio Viroli

‘Bordello State’ e ‘Whoreocracy’, che tradurrei con ‘il governo delle puttane’, sono probabilmente le due espressioni che meglio di altre caratterizzano l’immagine dell’Italia negli Stati Uniti. La prima deriva da un articolo di James Walston, su Foreign Policy del 14 settembre 2010; la seconda da un commento a proposito di uno scritto di Alexander Stille sulla New York Review of Books dell’ 8 aprile 2010, dal titolo ‘The Corrupt Reign of Emperor Silvio’. Pochi giorni or sono, la parola ‘bordello’ capeggiava in un articolo del New York Times. Questa volta, però erano dei manifestanti che reggevano un cartello con la scritta, ‘L’Italia non è un bordello’.

Siamo dunque riusciti a conquistarci presso l’opinione pubblica americana il poco invidiabile titolo di ‘stato bordello’ o ‘stato in cui governano le puttane’. Gli opinionisti diranno che la colpa è degli oppositori di Berlusconi che diffondono a piene mani stereotipi anti-italiani. La verità è che sono gli altri ad attribuirci immagini poco edificanti anche perché hanno occhi per vedere, e sanno ancora ragionare, un’arte ormai estinta in Italia. Gli stessi commentatori, va detto, riconoscevano i nostri pregi, all’epoca di Tangentopoli, quando pareva che l’Italia si fosse avviata su una strada di riscatto civile.

Si potrebbe concludere che gli aspetti della realtà italiana che maggiormente colpiscono l’opinione pubblica americana, o che i giornali trasmettono, sono lo scandalo politico a sfondo sessuale e l’uso disinvolto del potere, con forme di vera e propria buffoneria. Siamo insomma, come altre volte in passato, ridicoli e malati di maschilismo, oltre alla ormai consolidata immagine di una democrazia viziata da una diffusa e tollerata corruzione politica. Agli occhi degli americani Berlusconi merita di essere deriso e disprezzato perché è un uomo di cui dei cittadini maturi non dovrebbero fidarsi in quanto non rispetta i requisiti minimi dell’integrità personale, a cominciare dall’essere leale, dal sapersi controllare, dal senso di responsabilità. Per gli americani il potere politico non è proprietà di chi governa, ma appartiene ai cittadini che lo affidano a dei rappresentanti, per un tempo limitato e sotto precisi controlli, affinché lo usino per il bene pubblico. Proprio perché è un potere importante non lo si può delegare a persone che si rendono ricattabili, che mentono, e che sono dominate da un sentimento di onnipotenza. Per loro dare il potere di governare a un politico che si comporta come   il primo ministro italiano sarebbe come consegnare i sudati risparmi a un noto truffatore. La domanda che l’opinione pubblica americana si pone a proposito dell’Italia non è tanto ‘che cosa succede?’, ma ‘come avete fatto a ridurvi così?’. Non sono tanto interessati ai fatti della cronaca politica ma a capire come e perché una nazione come l’Italia abbia permesso l’ascesa al potere di Silvio Berlusconi e tolleri senza troppi sussulti i suoi metodi. Quello che davvero non riescono a spiegarsi è come mai gli italiani, che pur vivono in democrazia da più di sessant’anni, non abbiano capito il principio fondamentale del liberalismo, quello che insegna a temere il potere illimitato, chiunque lo detenga. Più che moralisti sono saggi. Non capiscono come e perché gli scaltrissimi italiani si lascino governare da un uomo che possiede   un impero mediatico e una ricchezza sterminata. I più benevoli cercano di consolarci dicendo: Anche da noi il denaro condiziona la politica’. Ma si rendono subito conto che il loro più ricco politico non ha il potere di Berlusconi e che la democrazia americana ha difese molto più efficaci della nostra che sono da individuare, a mio giudizio, più nel costume che nelle istituzioni.

Molti commentatori, per citare un solo esempio, sottolineano che se in America il presidente della Repubblica ricevesse ‘escort’ alla Casa Bianca, e organizzasse a casa sua serate con prostitute, l’indignazione nell’opinione pubblica e nel Congresso sarebbe tale da costringerlo a immediate dimissioni. Per non parlare poi dell’effetto che avrebbero gli attacchi ai magistrati e soprattutto le reiterate accuse alla Corte costituzionale rea di interferire illegittimamente sulle decisioni del Parlamento votato dal popolo.

Per questo la domanda che nelle ultime settimane più spesso si pongono è se davvero siamo arrivati alla fine dell’era berlusconiana. Ma gli osservatori più attenti, come Jason Horowitz sul Washington Post del 14 dicembre, rilevano che il consenso parlamentare è ancora forte e che l’opposizione è divisa e non ha un candidato che paia in grado di vincere. In caso di elezioni anticipate potrebbe trionfare di nuovo Berlusconi e avere aperta la via per la presidenza della Repubblica.

Eppure, nel modo in cui gli americani seguono le nostre vicende traspare una preoccupazione che non ho mai riscontrato in passato. Se considerassero Berlusconi soltanto un caso di buffoneria e corruzione non si allarmerebbero molto. Nel mondo non mancano certo esempi da questo punto di vista anche più eloquenti. Avvertono invece che un sistema come quello che Berlusconi ha costruito in Italia potrebbe trovare imitatori in altri paesi democratici. Sarebbe insomma il futuro, non un altro esempio del malcostume politico italiano.

Liberate Kabul

By davide sometti | dicembre 18, 2010

fonte: Il Fatto Quotidiano, 18.12.2010

di Massimo Fini

Un’ottantina di celebrità del mondo dello spettacolo, della letteratura, della politica ha firmato sul Times un appello, inviato formalmente all’ayatollah Alì Kamenei e al presidente iraniano Ahmadinejad, intitolato “liberate Ashtiani”, più universalmente nota come Sakineh. È una bella compagnia. Ci sono il premio Nobel per la Letteratura V.S. Naipaul, gli attori Robert Redford, Juliette Binoche, Robert De Niro, Colin Firth, il cantante Sting, il leader dei laburisti britannici Ed Miliband, l’ex ministro degli Esteri francese Kouchner, la vedova di Harold Pinter Antonia Fraser e naturalmente l’immancabile Bernard-Henry Lévy che si è auto eletto campione dei “diritti umani”. Nell’appello si sottolinea, fra le altre cose, che Sakineh, data a priori per innocente, è in carcere da cinque anni, mentre l’uomo accusato dell’omicidio del marito di lei, dato, chissà perché, per sicuro colpevole, è libero. Costoro che si rivolgono alle autorità iraniane non conoscono nemmeno la legge islamica per la quale il verdetto definitivo spetta ai parenti della vittima il cui perdono, se c’è, annulla la pena. E poiché il parente più vicino alla vittima, oltre al figlio, era la moglie, Sakineh appunto, è ovvio che abbia perdonato l’amante che gli ha fatto il favore di uccidere il marito diventato, per entrambi, ingombrante.

Mi piacerebbe che tutte queste “anime belle” lanciassero anche un altro appello: “Liberate l’Afghanistan”. Liberatelo, egregio signor Bernard-Henry Lévy, egregio signor Redford, egregio signor Miliband, dalle truppe straniere che lo occupano e che appartengono alle nazioni di cui voi siete così illustri esponenti. In Afghanistan, con un calcolo al ribasso, sono state 60 mila le vittime civili della guerra. Secondo un rapporto dell’Onu del 2009 “la maggioranza delle vittime civili è stata causata dai bombardamenti della Nato”. Ma anche le altre non ci sarebbero se la presenza delle truppe occupanti non provocasse la reazione degli insorti che, di fronte a un esercito invisibile che combatte con i droni, i Dardo e i Predator, aerei senza equipaggio ma dotati di missili micidiali, teleguidati da Nellis nel Nevada e da una base segreta in Inghilterra, o con gli irraggiungibili B52 che bombardano da diecimila metri di altezza, sono costretti ad accompagnare le classiche azioni di guerriglia con attacchi di tipo terroristico estranei, fino al 2006, alla pratica afghana e talebana. Gli americani bombardano a tappeto i villaggi alla ricerca di talebani. Ma poiché tutti gli uomini validi sono a combattere, nei villaggi ci sono solo vecchi, donne e bambini (in Afghanistan il 40% dei ricoverati in ospedale sono bambini al di sotto dei 14 anni). Il numero delle donne uccise in Afghanistan è quindi altissimo. E non sono donne che hanno somministrato al marito una pesante dose di sonnifero perché l’amante potesse ucciderlo con sette scariche elettriche. La loro sola colpa è di essere donne afghane e di vivere in un Paese in cui qualcuno, venuto da lontano, i Bernard-Henry Lévy, i Miliband, i Kouchner, i Redford, i Robert De Niro, ha deciso di imporre loro di liberarsi dal burqa e, più in generale, di piegare una popolazione che nella   stragrande maggioranza non ne vuol sapere ai costumi, agli usi, alle istituzioni, alle leggi degli occidentali.

Questo massacro di donne non vi dice nulla “anime belle”? Queste donne innocenti non hanno diritto al vostro interesse? No, per voi il simbolo della libertà rimane Sakineh, un’adultera assassina. Le donne, spesso incinte, spesso spose nel giorno delle nozze, massacrate a decine di migliaia dai vostri bombardieri, in nome della libertà s’intende, sono solo dei semplici, inevitabili, “effetti collaterali”. Liberate Sakineh! Sporcaccioni.

Salviamo il soldato Assange! Firma la petizione

By davide sometti | dicembre 10, 2010

Julian Assange è stato arrestato il 7 dicembre, per accuse scandalose oltre che incredibili: un rapporto sessuale consenziente, un preservativo che non ha funzionato. La verità è un’altra: Assange è stato catturato come un micidiale terrorista (un «uomo che vuol distruggere il mondo», dixit il ministro Frattini) perché nella sua qualità di direttore di WikiLeaks ha fatto luce su politiche, misfatti, crimini che dovevano restare segreti, custoditi nelle segrete di cancellerie e ambasciate, inaccessibili all´opinione pubblica mondiale che sta prendendo forma nel web. Chiediamo che sia immediatamente liberato. Allo stesso modo chiediamo chiarezza sul caso di Bradley Manning, il soldato che rischia 52 anni di carcere per aver rivelato a WikiLeaks i crimini contro i civili commessi dall´esercito Usa in Iraq. I soldati che appaiono nei video da lui trasmessi a Wikileaks, colpevoli di massacri di civili, sono stati elogiati dal comando militare Usa per il loro «giudizio sensato».

Julian Assange was arrested on December 7th, on the basis of absurd and unbelievable accuses: a consensual sexual relationship and a broken condom. We believe the truth is different: Assange has been captured as a dangerous terrorist (a “man who wants to destroy the world”, says Italian Minister for Foreign Affairs Franco Frattini) because the founder and director of Wikileaks has brought to light all sorts of crimes, misdeeds and political acts that had to remain secret, protected into diplomatic offices and embassies, inaccessible to the world’s public opinion that is taking shape on the web. We ask for his immediate release. In the same manner we ask for the truth for Bradley Manning, the young soldier who is risking 52 years of jail for disclosing to Wikileaks a video showing crimes against civilians committed by the American army in Iraq. The soldiers appearing in the video, guilty of the indiscriminate slaying of over a dozen civilians, were praised by US military for their “reasonable judgment”.

I primi firmatari della petizione:
Peter Gomez
Antonio Padellaro
Barbara Spinelli
Marco Travaglio



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Tremonti il migliore (dei peggiori)

By davide sometti | dicembre 7, 2010

Ecco la classifica dei ministri dell’Economia stilata dal quotidiano britannico Financial Times- 1. Wolfgang Schauble (Germania) 2. Jacek Rostowski (Polonia) 3. Christine Lagarde (Francia) 4. Anders Borg (Svezia) 5. Jyrki Katainen (Finlandia) 6. George Osborne (Regno Unito) 7. Didier Reynders (Belgio) 8. George Papaconstantinou (Grecia) 9. Jean-Claude Juncker (Lussemburgo) 9. Ivan Miklos (Slovacchia) 11. Jan Kees de Jager (Olanda) 12. Miroslaw Kalousek (Repubblica ceca) 13. Josef Proll (Austria) 14. Giulio Tremonti (Italia) 15. Claus Hjort Frederiksen (Danimarca) 16. Fernando Teixeira dos Santos (Portogallo) 17. Gyorgy Matolcsy (Ungheria) 17. Elena Salgado (Spagna) 19. Brian Lenihan (Irlanda).

La classifica del quotidiano finanziario si basa su una combinazione di tre misurazioni: abilità politica, performance economica e credibilità dei mercati.

Ma non era il miglior Ministro d’Europa? “E’ il miglior ministro dell’Economia d’Europa, ha affrontato al meglio questa crisi sociale, fiscale e bancaria con gli ammortizzatori giusti” Renato Brunetta.

In classifica Tremonti, precede i ministri di Danimarca, Portogallo, Ungheria, Spagna e Irlanda (fallita) ma viene superato da quasi tutti i Ministri economici più importanti e anche a sorpresa dal Ministro dell’Economia greco.