Gorbaciov, c’è l’archivio che svela le crudeltà

By davide sometti | agosto 17, 2011

Chernaiev scrisse: “Colpa sua il sangue di Vilnius”

di Christian Neef

Aventi anni di distanza c’è una decisione che molti rimproverano ancora a Mikhail Gorbaciov. Quando il 22 agosto 1991 – dopo tre giorni di arresti domiciliari in Crimea insieme alla moglie Raissa – un aereo lo riportò da Foros a Mosca, l’allora sessantenne leader dell’Urss, invece di farsi condurre immediatamente dinanzi al parlamento, dove per 72 ore 60mila suoi sostenitori si erano battuti per lui, ordinò all’autista di dirigersi verso la sua dacia fuori Mosca. Un errore imperdonabile che diede ai golpisti il tempo di riorganizzarsi.

Nei giorni seguenti Raissa distrusse 52 lettere inviatele dal marito “quando erano giovani” e lo stesso Gorbaciov diede alle fiamme 25 quaderni di appunti conservando solamente il suo diario personale. Si salvarono invece i documenti ufficiali relativi ai sei anni in cui aveva retto le sorti del Paese. Tra i documenti – donati da Gorbaciov alla sua fondazione – anche gli archivi personali dei suoi consiglieri di politica estera Vadim Zagladin e Anatoly Chernaiev.

I documenti portano alla luce i molti problemi che affliggevano il sistema sovietico: all’epoca nei negozi sovietici non c’erano più né uova né zucchero e persino la vodka scarseggiava. Eppure nel settembre 1988 Mosca continuava a versare milioni di dollari ai partiti “fratelli” di tutto il mondo mentre il braccio destro di Gorbaciov, Anatoly Chernaiev, aveva dovuto chiedere al suo autista di farsi installare una linea telefonica in casa per poter parlare con il segretario del Pcus. Molti documenti restano ancora tabù, principalmente perché si discostano dall’immagine che Gorbaciov ha sempre dato di se stesso, cioè l’immagine di un riformista che con determinazione cercava di cambiare il suo Paese secondo principi più moderni e democratici. Ma è proprio così? Il giovane storico russo Pavel Stroilov durante una sua visita alla Fondazione Gorbaciov ha copiato segretamente 30mila pagine del materiale contenuto negli archivi. Ne emerge un Gorbaciov diverso, un leader che in quei giorni caotici aveva perso il controllo della situazione, un personaggio ambiguo, spesso incline al compromesso con i duri del partito e i militari, un uomo che forse ha dato l’ordine di soffocare nel sangue le rivolte in Georgia, Azeirbaigian, Lituania.

D’altro canto in quei giorni ai governi occidentali interessava soltanto sapere se l’Unione sovietica avrebbe ritirato le truppe dai Paesi dell’Europa centro-orientale e quindi consentirono a Gorbaciov di mentire spudoratamente, come quando aveva assicurato al telefono a George Bush che non sarebbe intervenuto a Vilnius e invece due giorni dopo le truppe sovietiche occuparono la sede della tv nella capitale della Lituania uccidendo 14 persone. Lo stesso Kohl, quattro giorni dopo, parlando al telefono con Gorbaciov, accennò all’episodio solo di sfuggita e lo giudicò “inevitabile e necessario”. Ma questi comportamenti gli alienarono le simpatie dei suoi amici e sostenitori.

“Gorbaciov sta dalla parte di coloro che si sono sporcati le mani di sangue a Vilnius”, scrisse Chernaiev nel suo diario. E subito dopo dettò alla sua segretaria una lettera che in qualche modo anticipava il funerale politico di Gorbaciov. “Mikhail Sergeyevich, il suo discorso al Soviet Supremo sui fatti di Vilnius ha segnato la fine di un’era. Non è stato il discorso di un grande statista. È stato un discorso confuso, balbettante. Voleva cambiare il mondo, ma lo sta distruggendo con le sue mani”. All’epoca la segretaria fece sparire la lettera ritenendola un atto di tradimento contro Gorbaciov. Dai documenti segreti non ne esce bene nemmeno Helmut Kohl che perdonò a Gorbaciov falsità e menzogne di ogni genere per il solo fatto che aveva consentito il crollo del Muro di Berlino senza schierare i carri armati sovietici a difesa della Germania Est.

D’altro canto – come emerge da moltissimi dei documenti – fino all’ultimo Gorbaciov pregò la Germania, gli Stati Uniti e l’Occidente di aiutare economicamente l’Urss il cui crollo “sarebbe stato un disastro per tutti”. Si sbagliava. Il 25 dicembre del 1991 Gorbaciov rassegnò le dimissioni e l’Unione sovietica scomparve dalla carta geografica.

© 2011 Der Spiegel. Distributed by The New York Times Syndicate
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

Arrestati i sosia di Lenin e Nicola II

By davide sometti | giugno 9, 2011

Un sosia di Lenin è stato fermato dalla polizia vicino al Cremlino per aver gridato delle volgarità, ma ad accorrere in suo aiuto ci ha pensato il sosia dello zar Nicola II. Serghiei Soloviev è stato portato arrestato perché un venditore ambulante ha affermato di essere insultato dal sosia di Lenin, spiega il sito “Lifenews.ru”.

Lenin, però, ha ricevuto il sostegno del sosia di Nicola II, Viktor Tchepakssov, che è stato a sua volta arrestato, e che ha proposto ai poliziotti di essere fucilato davanti al commissariato (alludendo all’uccisione dell’ultimo zar, il 17 luglio 1918, per mano della polizia politica di Lenin). I due lavorano da 9 anni all’entrata della piazza Rossa, dove si fanno fotografare dai turisti. In tribunale Lenin ha avuto una crisi d’ipertensione arteriosa ed è stato portato via in ambulanza. Così il processo del padre della rivoluzione bolscevica dovrà ancora attendere.

fonte: Il fatto Quotidiano, 9 giugno 2011

С Днем Победы!

By davide sometti | maggio 9, 2011

Circa 23 milioni di vittime tra militari e civili, è questo l’ingentissimo
bilancio della Seconda Guerra Mondiale dal lato Sovietico, il più alto in assoluto, spesso messo in secondo piano dall’ingrato mondo occidentale filo-yankee.

Onore ai combattenti – caduti e non – che ci hanno liberati dal nemico nazista!

С Днем Победы! Ура! Ура! Ура!

Un fantasma si aggira per la Russia: la droga

By davide sometti | aprile 20, 2011

tratto dal “Fatto Quotidiano” del 20 aprile 2011

di Giancarlo Castelli

Il fatalismo russo. “Mia madre vide cadere la foto di mio figlio dal muro”. “Figliolo, corri da Ivan. Deve essere successo qualcosa”. Era successo che il ragazzo era morto di overdose, nella sua stanza del distretto di Khovrine, nord di Mosca. A scoprire il corpo del giovane era stato il padre, Sergej Kanev. Di professione giornalista, conosciuto proprio per le sue inchieste di cronaca nera. Lui, grande e grosso e con la grinta del mestiere, qualche giorno fa ha scelto di condividere un tale dolore attraverso una lettera aperta alla Novaja Gazeta. “Quando un ragazzo muore di droga, i familiari nascondono la verità, dicono a parenti e amici ha sofferto a lungo oppure si è fermato il cuore   all’improvviso. Ma io non voglio tacere”. Kanev, nella lunga lettera di cinque pagine, ricorda Ivan da bambino, la sua prematura fascinazione per i “vory v zakone”, i “ladri in legge”, vere e proprie organizzazioni criminali russe, a metà tra la mafia nostrana e la yakuza giapponese (l’ultimo padrino ucciso nel 2009, Vjaceslav Ivankov, era proprio detto “il giapponese”).

Ma più ancora della mafia, Kanev si è imbattuto nella corruzione di chi quel narcotraffico dovrebbe reprimere, cioè la polizia. Un fenomeno, quello della tossicodipendenza, che in Russia, secondo lo stesso presidente Dmitrij Medvedev, coinvolge 2,5 milioni di persone, anche giovanissime tanto da aver proposto il test antidroga obbligatorio   nelle scuole. La vera tragedia, però, è rappresentata dall’eroina: in Russia, per questa sostanza, muoiono ogni anno 60mila persone. A parte le cifre differenti, il dramma ricorda quello che è stata l’Italia negli anni ’70 e ’80 quando l’eroina fece   il boom. Un esercito di tossicodipendenti: davanti alle farmacie di Mosca o San Pietroburgo (spesso compiacenti) dove si possono acquistare medicine con blanda presenza di codeina o al chiuso delle case degli spacciatori, le file dei “tossici” ricordano quelli delle periferie nostrane di 30 anni fa.

La corruzione della polizia russa, invece, è una peculiarità tutta propria. Quando Ivan veniva raccolto in giro per la città dopo qualche furto e qualche giorno di galera, al padre confessava candidamente che la “roba” la comprava dai “menty” (la polizia cittadina, ndr) e che conosceva almeno cinque club in città dove la polizia trafficava in spaccio. Addirittura fu testimone dell’arresto,   da parte delle forze speciali russe, di alcuni agenti della “narcotici”, alcuni dei quali funzionari dell’Fsb, il servizio segreto russo. Per questo, quando Kanev trovò nella buca delle lettere il depliant dello “Zar” antidroga Viktor Ivanov in cui era spiegato, con raffinata analisi, ch la colpa della diffusione della droga era il risultato delle modificazioni geopolitiche avvenute in Afghanistan (e quindi, colpa dell’Occidente e della Nato) avrebbe voluto gridargli: “Cercate i colpevoli di fuori e non vedete i vostri poliziotti che ve la vendono sotto il naso”. Peggio con le comunità terapeutiche: una, detta, “Città senza droga”, era stata chiusa (ma poi riaperta) quando all’interno erano stati scoperti “tossici” legati per giorni ad un palo, vestiti da clown.

Un aiuto per salvare la piccola Polina

By davide sometti | aprile 3, 2011

«Polina ha bisogno di aiuto, solo farmaci molto costosi possono darle una vita normale». È questo l’appello che l’associazione Aiutateci a Salvare i Bambini, guidata da Ennio Bordato, ha ricevuto dalla clinica pediatrica di Mosca e gira ai trentini. «Marina, mamma di Polina, chiede un aiuto volto all’acquisto del farmaco Miglustat (Zaveska) per curare la sua unica figlia. La bimba è invalida e si è ammalata all’età di 1 anno e 2 mesi. Ma è stato solamente nel gennaio del 2011 i medici sono stati in grado di effettuare una diagnosi: malattia di Niemann-Pick di tipo C (NPC)». L’unica opzione possibile per curare la bambina è il farmaco summenzionato che può farla stare in piedi, iniziare a parlare e tenere il passo dei suoi coetanei. «Nella nostra famiglia la situazione finanziaria è molto difficile. Vi prego di aiutarmi in questa situazione». I pazienti che soffrono di questa rara malattia non possono metabolizzare correttamente il colesterolo ed altri lipidi. Di conseguenza, le quantità eccessive di colesterolo si accumulano all’interno del fegato e della milza e quelle di altri lipidi si accumulano nel cervello. La NPD di tipo “C” ha circa 500 casi diagnosticati nel mondo ed è sempre mortale. La maggior parte dei bambini muore prima dell’età di 20 anni (e molti prima dell’età di 10). L’Associazione spiega: «servono 25 mila euro per una prima terapia d’urto mentre la fase successiva sarà a carico del sistema sanitario della regione dove vive la bambina». Per donazioni è aperto il conto alla Cassa Rurale di Lizzana (iban IT 28 J 08123 20800 000000395763) o presso le Poste Italiane (c.c.p. 28026367), oppure online con carta di credito sul sito www.aiutateciasalvareibambini.org indicando sempre la causale: Polina.

Il nuovo Profumo, tra l’Eni e gli interessi di Putin

By davide sometti | marzo 25, 2011

fonte: “Il Fatto Quotidiano” del 25 marzo 2011.

L’annuncio ufficiale risale a pochi giorni fa: Alessandro Profumo ricomincia dall’Eni. L’ex amministratore delegato di Unicredit, a poco più di sei mesi dal clamoroso ribaltone che lo ha messo fuori dalla banca, è pronto a tornare in pista ad aprile come consigliere d’amministrazione del colosso petrolifero di Stato.

Fin qui tutto chiaro e neppure troppo sorprendente. Pochi in realtà si aspettavano che un manager del calibro di Profumo restasse a lungo disoccupato. Negli ambienti politici e finanziari, però, non è passata inosservata quella che a prima vista potrebbe sembrare una semplice coincidenza. È successo che proprio mentre si faceva il suo nome per l’Eni, l’ex capo di Unicredit ha annunciato che presto sarebbe entrato nel consiglio di sorveglianza dell’istituto di credito russo Sberbank. Quest’ultima è qualcosa in più di una semplice banca. È un colosso da oltre 210 miliardi di euro di attivo che fa capo al governo di Vladimir Putin.

In sostanza, Sberbank si trova spesso ad agire come il braccio operativo del potere politico. Il consiglio di gestione e quello di sorveglianza sono interamente composti da amministratori russi, tra cui molti rappresentanti della Banca centrale e dell’esecutivo. Insomma Profumo, salvo nuove sorprese, potrebbe trovarsi a essere l’unico straniero.

Sorprendente, certo. Ma a incuriosire di più il mondo finanziario è stato in realtà un altro fatto. Sì, perché se tutto andrà come previsto, l’ex capo di Unicredit si troverà contemporaneamente ai piani alti di una grande banca russa e nel consiglio dell’Eni, un gruppo, quest’ultimo di cui sono noti gli stretti legami d’affari con il governo di Mosca. Rapporti tanto stretti da sollevare di recente i sospetti dell’amministrazione Usa di Barack Obama.

Formalmente Profumo entrerà nel consiglio del colosso petrolifero come rappresentante di Assogestioni, l’associazione dei fondi comuni d’investimento. La sua nomina quindi non sarebbe riconducibile all’azionista di riferimento, cioè il ministero dell’Economia. È anche vero, però, che nei suoi ultimi mesi al vertice di Unicredit il banchiere si era molto ravvicinato a Giulio Tremonti, che nei giorni cruciali del ribaltone si spese per difenderlo. È andata come è andata, ma riesce difficile pensare che il ministro dell’Economia non veda con favore la nomina di Profumo. Il quale, da consigliere dell’Eni, seppure indipendente, si troverà anche a frequentare i corridoi di un’istituzione legata a doppio filo al governo di un Paese come la Russia fondato sul business dell’energia, petrolio e soprattutto gas. Unicredit ai tempi di Profumo si è mossa molto nell’Est, comprando banche in Ucraina e in Kazakistan: due affari che fin qui hanno portato solo perdite. Di recente invece il banchiere italiano avrebbe fatto da consulente a Sberbank per l’acquisto della banca d’affari Trojka Dialog. Si racconta che Profumo sia stato chiamato direttamente dal presidente di Sberbank, Herman Gref, il manager nato in Kazakistan ai tempi dell’Unione Sovietica da genitori di origine tedesca.

Gref, classe 1964, è legatissimo a Putin da almeno un ventennio. Anche lui, come il primo ministro russo (e come il capo di Gazprom, Alexei Miller) nei primi anni Novanta faceva parte della squadra di giovani rampanti ai vertici dell’amministrazione cittadina di San Pietroburgo. Dopo alcuni incarichi minori nel governo centrale per Gref è arrivata nel 2000 la nomina a ministro dell’Economia e poi, nel 2007, l’amico di Putin è sbarcato al vertice di Sberbank, che può essere considerata una gigantesca cassa di risparmio.

In Italia l’istituto russo non è molto conosciuto, ma a Torino, al vertice della Fiat, ricordano bene quando la banca di Gref sbarrò la strada al gruppo italiano che voleva comprare la tedesca Opel. Nel 2009 Sberbank finanziò l’offerta del canadesi di Magna e dell’oligarca russo Oleg Deripaska. Non se ne fece niente: Opel rimase alla General Motors. Gref però sembra comunque deciso a crescere all’estero. E un consulente come Profumo può sempre tornare utile.

Vittorio Malagutti

Da Varsavia a Mosca: un viaggio in bici oltre cortina

By davide sometti | gennaio 19, 2011

Il blog intervista un persona decisamente simpatica che ha fatto un percorso in bicicletta un po’ particolare…

Da Varsavia a Mosca per la bellezza di 1700 Km.

1. Come ti è saltato in mente di compiere quest’impresa?

In primo luogo devo confessare che ho scoperto il cicloturismo da poco meno di due anni. Prima, come molti ciclisti in Italia, avevo l’abitudine di effettuare solo delle piccole escursioni giornaliere. Per non farla troppo lunga: da quando ho scoperto la bicicletta come mezzo di trasporto da utilizzare per lunghi spostamenti a tappe il mio rapporto con la due ruote e con i viaggi è radicalmente cambiato.
La dimensione del viaggio assume caratteristiche completamente nuove: si carica di forti emozioni; concede la sensazione rara della libertà assoluta e contemporaneamente l’assoluta necessità del controllo sui propri limiti, fisici e mentali. E’ senz’altro un’esperienza indimenticabile.
“Va bene ci hai convinto … ma la domanda era: perché proprio la Russia?” Ok, ok adesso rispondo… Le ragioni sono molte, ma la principale è che sono innamorato della cultura russa e soprattutto sono stato attirato dal fascino che essa rappresenta.
La Russia prima, e l’Unione Sovietica poi, sono sempre state, nel male e nel bene, il “limes” remoto dell’occidente, il confine incerto che ne ha scandito, condizionandola spesso in silenzio, la storia.
Volevo attraversare quel limite, quella cortina che per anni ci ha tenuti divisi dall’altra Europa, che era per noi un luogo remoto, che per alcuni ha rappresentato l’incubo e per altri la speranza di un mondo diverso, e che comunque per tutti ha segnato, inevitabilmente, un’epoca.
Poi volevo ri-scoprire i luoghi di alcuni delle pagine più belle della letteratura russa e mondiale.
Ho dovuto scegliere ovviamente quali luoghi visitare, compatibilmente con un viaggio effettuato interamente in bicicletta, in territori per me completamente sconosciuti. Ho pensato che la cosa più semplice e suggestiva fosse seguire il percorso che portò nel 1812 le armate napoleoniche vittoriose dentro Mosca e poi alla ritirata e alla tragica sconfitta.
Infine speravo di ri-trovare nei paesaggi maestosi e sconfinati le atmosfere e la poesia del cinema russo.

2. Come ti sei organizzato dal punto di vista tecnico e di alloggi?

Prima di partire mi sono procurato un atlante stradale russo (trovato per puro caso in una libreria … alle volte il destino…) e una cartina stradale bielorussa. Ho studiato dettagliatamente il percorso, valutando la distanza e le eventuali possibilità di alloggio lungo il tragitto. Ho consultato numerosi siti russi turistici per avere informazioni circa la disponibilità di alloggio. Ho comunque portato con me la tenda nel caso non avessi trovato alloggio.
Ma non ho mai avuto l’occasione di usarla. Di estrema utilità mi è stato il forum Russia-Italia che mi ha fornito informazioni dettagliatissime e utilissime circa la richiesta del visto. Ah! dimenticavo.. per preparare il viaggio mi sono messo a studiare per un anno la lingua russa! E garantisco che non è stata fatica sprecata!

3. Quali maggiori problematiche hai riscontrato nel percorso?

Avevo programmato tappe molto lunghe, confidando nel fatto che il territorio fosse pianeggiante.
E’ stato un grave errore. Le pianure russe sono veramente irregolari, solcate da numerosi torrenti che in primavera diventano impetuosi fiumi e nel tempo hanno scavato profondamente il territorio. Le strade russe ignorano completamente le asperità del terreno e proseguono dritte in un continuo ed estenuante saliscendi. Vicino Smolensk ho trovato delle strade incredibili che sembravano “montagne russe” (forse da qui il nome?) con pendenze anche del 20%.
Il secondo problema è stato il vento. La pianura è spazzata quasi ininterrottamente da un fastidioso vento che dopo ore di marcia diventa intollerabile anche quando si presenta di modesta entità.
Infine la presenza, nelle campagne incolte e nelle foreste, di noiosissimi insetti come zanzare e tafani. Soprattutto nelle foreste e nei boschi, che spesso dopo le piogge si trasformavano in giganteschi acquitrini, l’aria si riempiva di zanzare e tafani affamati.
Per ultimo, ma non per importanza, c’è da considerare il lato psicologico. Pedalare per ore
lungo strade rettilinee che si perdono all’orizzonte, senza incontrare anima viva per chilometri, può essere faticoso e sfibrante.
Purtroppo durante il viaggio ho dovuto anche affrontare un problema d’intossicazione alimentare -forse della panna andata a male- che mi ha notevolmente indebolito impedendomi di recuperare adeguatamente le energie.
Ah! quasi dimenticavo! Vicino a Minsk si è anche rotto il sellino! per essere precisi l’anello di fissaggio del sellino.
Per fortuna a Minsk ho trovato il pezzo di ricambio. (curiosità: la sera precedente in albergo mi era capitato di accendere la televisione per curiosare nei programmi bielorussi e su un canale stavano trasmettendo Fantozzi tradotto in bielorusso! quando si dice: “il fato”).

4. Hai fatto 14 tappe di circa 100 km l’una, in quale hai avuto la maggior soddisfazione?

Avevo in effetti programmato delle tappe che a posteriori si sono rivelate troppo impegnative anche per i problemi di cui sopra. La tappa più lunga è stata la prima (quasi 160 km), ma non è stata la più faticosa. In media ho percorso 120 Km al giorno. Non c’è stata una tappa più bella dell’altra. Ci sono state esperienze molto belle un po’ dappertutto.
La foresta della Bialowieza è un posto affascinante. E’ l’ultimo “fossile” della foresta vergine che un tempo ricopriva l’intera Europa. Percorrerla in bicicletta per chilometri nella nebbia mattutina e nel più assoluto silenzio è stata un’esperienza indimenticabile. Poi l’ingresso in Bielorussia è stato molto emozionante per quello che significava per il mio viaggio anche se in verità c’era solo la recinzione della dogana.
Poi non posso dimenticare la visita a Treblinka in Polonia e a Khatyn in Bielorussia (da non confondere con la quasi omofona Katyń che si trova in Russia).
Il primo è il luogo in cui si trovava il famigerato lager tedesco. La seconda è – o meglio era – un villaggio bielorusso dato alle fiamme insieme a tutti i suoi abitanti dall’esercito tedesco in ritirata. Sono entrambi luoghi profondamente toccanti.
Poi la visita del campo di battaglia della Beresina e di Borodino (quest’ultimo famoso anche per la grandiosa descrizione contenuta in “Guerra e Pace” di Tolstoj).  Infine l’arrivo a Mosca in bicicletta direttamente nella Piazza Rossa con i turisti stupiti… neanche avessero visto un marx(z)iano.

5. Ripeteresti l’esperienza magari all’interno della Fed. Russa?

Si senz’altro. Ho intenzione di effettuare almeno altri due viaggi in Russia.
Il primo Da Kiev fino a Mosca ripercorrendo al contrario la tragica marcia dell’esercito italiano in ritirata dalla Russia, fino alla città di Volgograd (Stalingrado) e poi seguendo il Volga fino a Mosca.
Il secondo da Kaliningrad (la prussiana Königsberg del filosofo Kant) fino a San Pietroburgo attraverso i paesi baltici.
Il sogno poi sarebbe quello di attraversare l’intera Russia passando per la Mongolia e arrivare infine a Pechino. In ogni caso questo è più un sogno che realtà.

Tutti progetti che comunque non realizzerò nell’anno in corso. Adesso sto programmando tre viaggi (tra primavera ed autunno):
1. La riviera Ligure alla ricerca dei luoghi cari a Montale e Sbarbaro;
2. Il giro della Cornovaglia sulle tracce delle leggende arturiane;
3. La Cina imperiale, dalla millenaria capitale Xi’an (quella dell’esercito di terracotta per capirci) fino a Pechino.
Beh vedremo se riesco ad organizzarli!

PS. Prima di partire avevo un’idea della Russia come di un paese pericoloso e selvaggio, in preda alla criminalità e all’anarchia. Anche gli amici mi avevano vivamente sconsigliato il viaggio. Beh niente di più falso. Può anche darsi che sia stato molto fortunato e che abbia attraversato zone di provincia più tranquille delle grandi città, ma sta di fatto che la mia esperienza è radicalmente diversa da quella visione cupa e pessimistica. Ho trovato in Russia un calore ed una ospitalità impagabili. Dovunque sono stato accolto con grandissima cortesia e disponibilità: sono stato invitato a casa di estranei a prendere del tè, si sono prodigati nell’aiutarmi quando ho avuto guai con la bicicletta, mi hanno accolto quasi affettuosamente dovunque, elargendomi strette di mano e calorosi abbracci. Mi hanno concesso il loro tempo con pazienza, mi hanno praticato sconti del 50% sul prezzo dell’albergo, mi hanno regalato del cibo e il loro tempo, e tutto questo sempre accompagnando i loro gesti con grandissimi sorrisi e una profonda complicità. Non ho mai trovato ostilità da nessuna parte se non a Minsk in un locale “occidentalizzato” in cui il proprietario (una specie di energumeno mafioso con l’Hammer parcheggiato fuori dal locale e un vistoso orologio d’oro al polso) non mi ha voluto far entrare perché nel locale c’era una festa di matrimonio. Ma tanto io non sarei entrato lo stesso ahah!
E’ un popolo che sotto una scorza di ruvida diffidenza e apparente freddezza nasconde invece un cuore amichevole ed espansivo, gentile e poetico e la gente tutta è stata con me di una cortesia delicatissima e affettuosa che non mi ha mai fatto sentire fuori posto o un estraneo. A volte, e dico davvero, mi sembrava di pedalare vicino casa, come se non fossi nemmeno partito.

Capodanno Vecchio

By davide sometti | gennaio 13, 2011

Nel periodo storico antecedente Pietro il Grande (il famoso zar russo, 1672-1725), in Russia si festeggiava il Capodanno ai primi di marzo. Pietro I, un grande riformatore che desiderava avvicinare la propria patria all’Europa, modernizzandola grazie a numerose riforme, emanò tra l’altro un decreto che prevedeva che il primo giorno di ogni anno venisse celebrato il primo di gennaio come negli altri Paesi europei.

In quel periodo, la Russia si atteneva ancora al calendario giuliano. Però, nel 1917, i bolscevichi emanarono un decreto ufficializzando a tutti gli effetti l’adozione del calendario gregoriano, da tanti anni in vigore presso molte nazioni. In quell’anno tuttavia, la differenza di tempo tra calendario giuliano e quello gregoriano consisteva in tredici giorni.

Per rimuovere tale discrepanza, i bolscevichi presero la seguente decisione: il giorno seguente il 31 dicembre 1917 non sarebbe stato il 1° gennaio 1918 bensì il 14 gennaio, in maniera tale da far passare i fatidici tredici giorni.


Ma la Russia è un Paese molto vasto, in cui usi e costumi differiscono spesso tra loro, e quindi non tutti si abituarono ad adottare il calendario gregoriano. In effetti vi sono molte persone che ancora oggi continuano pure a festeggiare il Capodanno che cade il 14 gennaio (Capodanno vecchio) in nome di una bella e simpatica tradizione.
È davvero curioso ricordare che solo in Russia si usa festeggiare il capodanno per ben due volte. La prima assieme a tutto il resto del mondo nella notte dal 31 dicembre al 1° gennaio e la seconda nella notte che va dal 13 al 14 gennaio.
Che cosa significa per i russi festeggiare il nuovo anno in data 14 gennaio? Ognuno dà la propria spiegazione. Per alcuni si tratta di cominciare il nuovo anno con la cosiddetta “foglia bianca” apportatrice di buoni auspici, per altri si desidera semplicemente festeggiare una ricorrenza che affonda le proprie radici in una vecchia usanza.

Va ricordato che il Capodanno Vecchio (14 gennaio) non è considerato giorno festivo in Russia, ma, in omaggio ad una vecchia tradizione, la gente ama dare il benvenuto lo stesso all’anno nuovo.

Per il Capodanno Vecchio non si fanno regali, non si festeggia tutta la notte e in Tv vengono riproposte le stesse trasmissioni andate in onda la sera del 31 dicembre. Si prepara tuttavia una cena festiva, celebrando la ricorrenza in modo più calmo e tranquillo rispetto alla serata del 31 dicembre.

fonte: riadattato da qui

Buon Natale Gregoriano a tutti!

By davide sometti | dicembre 25, 2010

Google dedica il Doodle (il logo sopra la casella di ricerca) anche alla Basilica di San Basilio ubicata in Piazza Rossa a Mosca.

Va ricordato anche a Google che la religione russo-ortodossa ha conservato per le festività religiose il vecchio calendario giuliano e che quindi le date non corrispondono con le festività cattoliche.

Nel 1582, Papa Gregorio XIII riformò il calendario giuliano, che aveva un piccolo difetto di calcolo rispetto al calendario solare e purtroppo non rispettava al meglio l’andamento delle stagioni.

Con il nuovo calendario vennero soppressi ben 10 giorni, dal 5 al 14 ottobre nell’anno 1582, e non furono più considerati bisestili gli anni dei secoli non divisibili per 400.

Questo nuovo calendario, che è quello che ancora oggi usiamo, prese il nome da Papa Gregorio XIII e si chiamò calendario gregoriano.

Questi cambiamenti non furono accettati dalla chiesa ortodossa che infatti continua a celebrare le ricorrenze religiose sulla base del vecchio calendario giuliano.

Per questo motivo il Natale Ortodosso ricade il 7 gennaio del nostro calendario che corrisponde al 25 dicembre del calendario giuliano.

La carica dei russi

By davide sometti | dicembre 12, 2010

fonte: Internazionale, numero 876, 10 dicembre 2010

Per un assaggio di umori russi e modi di reagire ai nuovi poteri, i racconti raccolti in questo volume sono intriganti ed esemplari, e sanno praticare l’irriverenza e la provocazione con un senso dell’umorismo antico, ma reso più aggressivo dalla scoperta brutalità del nuovo capitalismo. Si veda, qui, la “lettera aperta” di Erofeev a Putin che ha per titolo Accoppare gli scrittori nel cesso!

In realtà i tre autori sono accomunati solo dalla scontentezza e dalla difesa della libertà di dire e di criticare. Limonov, che fa anche politica in modi molto azzardati, è più bravo che simpatico. Sorokin, il più noto e “avanguardista”, è più scomodo che appassionante.

Mentre il più stagionato Erofeev non ha affatto lo smalto di Mosca sulla vodka, che ce lo fece così amare a metà degli anni settanta, tradotto da Feltrinelli e vietato in patria. Una cronologia aiuta il lettore a seguire la storia della nuova letteratura russa e delle sue disgrazie dal tempo di Gorbaciov a oggi.

Intanto Sellerio continua a pubblicare il simpatico esule Dovlatov purtroppo defunto (La filiale, sentimentale e spiritoso ancora sui russi negli Stati Uniti), Voland insiste sanamente con Shishkin, Prilepin e Prigov (Eccovi Mosca resta una “guida” onirica e bizzara nel filone dei grandi del passato), e Frassinelli con Ulickaja, buona erede di Čechov.

  • Viktor Erofeev, Eduard Limonov, Vladimir Sorokin, Russian attack. Antologia di racconti russi ordinabile qui.


Berlino, macerie sotto il muro

By davide sometti | novembre 16, 2010
Fonte: il Fatto Quotidiano, 16.11.2010

di Massimo Fini

Ricorre in questi giorni l’anniversario della caduta del Muro di Berlino (9 novembre 1989) e il conseguente crollo dell’Unione Sovietica che allora tutti, in Occidente, salutammo con grande entusiasmo. Si può dire la stessa cosa oggi? Le libertà civili dei cittadini dei Paesi che stavano sotto il tallone dell’Urss e degli stessi russi erano ridotte ai minimi termini. Erano Stati di polizia. Inoltre, se si viveva da quelle parti, si era bombardati quotidianamente da un ideologismo asfissiante che non dava tregua. Sulle principali piazze di Dresda o di Lipsia ho sentito altoparlanti montati sui lampioni che parlavano ininterrottamente per tutto il giorno di “marxismum-leninismum”. In compenso i beni essenziali, casa, cibo, studio, anche ad alto livello, lavoro, erano garantiti a tutti. È difficile oggi trovare un immigrato rumeno (che non coincide col rom) sui quarant’anni che non sia almeno diplomato. I più sono laureati anche   se da noi sono costretti a fare i lavori più umili. L’intrusione violenta del turbocapitalismo ha disgregato economicamente e socialmente molti di quei Paesi (con l’eccezione della Cechia e della Germania Est che erano culturalmente preparate alla nostra kunkurrenzkampf) e la stessa Russia. Da una parte sono cresciute ricchezze berlusconiane, quasi sempre di origine dubbia se non criminale, dall’altra la maggioranza della popolazione è passata da una povertà dignitosa alla condizione di miserabile. Da una parte Abramovich col suo Chelsea e i russi “nouveau riches”, dall’altra cittadini russi che con lo stipendio di un mese ci possono comprare un mezzo pollo. Quindi criminalità, aumentata in modo sesquipedale in tutti questi Paesi e prostituzione femminile e maschile. L’errore è stato confondere le libertà civili riconquistate e sacrosante col libero mercato. Non sono la stessa cosa. Il libero mercato, se lasciato evolvere a suo comodo,   si rivela la peggiore e la più spietata delle dittature.    Sul piano internazionale le due Superpotenze, contrapponendosi, si limitavano anche a vicenda. È vero che, cinicamente e vilmente, si facevano la guerra per interposta persona (l’Afghanistan 1979-1989, per esempio, è stato anche questo), ma non potevano spingersi troppo oltre nella loro bramosia imperiale trovando l’una l’opposizione dell’altra. Dopo il crollo dell’Urss l’unica Superpotenza rimasta sul campo, l’America, ha avuto mano libera e in vent’anni ha inanellato cinque guerre di aggressione. La prima fu la Guerra del Golfo del 1990 contro l’Iraq di Saddam Hussein. Aveva una sua legittimazione, perché Saddam aveva invaso il Kuwait, anche se è vero che il Kuwait era uno Stato-fantoccio creato a bella posta dagli americani nel 1960 per i loro interessi petroliferi. Ma anche l’Iraq era uno Stato artificiale disegnato in maniera barbina sulla carta geografica dagli inglesi nel   1930 mettendo insieme tre comunità incompatibili fra loro: i curdi, i sunniti, gli sciiti. In realtà l’unico popolo di quell’area ad avere un diritto a un proprio Stato sono i curdi che abitano da sempre una regione che si chiama   , non per nulla, Kurdistan e che sono invece divisi, come minoranze, fra Turchia, Iraq, Iran, Siria e Azerbaijan e che, mazzo-lati da tutti, non sono mai stati difesi da nessuno perché non hanno santi in Paradiso: non sono arabi, non sono cristiani, non sono ebrei. Il Kuwait era uno Stato rappresentato all’Onu e la guerra fu avallata dalle Nazioni Unite. Ma c’è modo e modo di fare la guerra. Per non affrontare fin da subito l’imbelle esercito iracheno, che era stato battuto persino dai curdi (in soccorso di Saddam intervenne la Turchia) gli americani bombardarono per novanta giorni le principali città irachene e sotto le luminarie che ci faceva vedere il prode Fabrizio Del Noce, assiso sulla terrazza del più importante hotel del nemico (cosa, anche questa, assai curiosa), morirono 160 mila civili, di cui 86.164 uomini, 39.612 donne e 32.195 bambini che non sono meno bambini dei nostri. Ricordo che quando alla trasmissione radiofonica Zapping riferivo questi dati del Pentagono, e quindi al di sopra di ogni sospetto, mi aspettavo da parte del conduttore, Aldo Forbice, dagli altri intervistati e dagli ascoltatori grida di sdegno e invece si tirava dritto   come se nulla fosse riprendendo a parlare delle nostre nullità italiche. Poi ci fu una guerra per fermarne un’altra, quella di Bosnia fra serbi, croati e musulmani. La guerra fra le tre etnie bosniache aveva delle buone ragioni. Quando nel 1990, dopo la dissoluzione dell’Urss, Slovenia e Croazia reclamarono la loro indipendenza dalla Jugoslavia la Comunità internazionale fu solerte nel riconoscergliela. Allora i serbi di Bosnia chiesero a loro volta di potersi riunire alla madrepatria di Belgrado, perché una Bosnia multietnica, a conduzione musulmana, aveva senso solo all’interno di una Jugoslavia multietnica che non esisteva più. Ma ai serbi di Bosnia fu negato quello che era stato concesso a sloveni e croati. Allora i serbi scesero in guerra e poiché, sul terreno, sono considerati i migliori combattenti del mondo l’avevano vinta.   Ma intervennero gli americani, per la verità su insistenza degli europei, e trasformarono i vincitori in vinti trascinando i loro capi politici e militari davanti al Tribunale internazionale dell’Aja. Mentre il presidente croato Tudjman, autore della più colossale “pulizia etnica” dei Balcani (800 mila serbi cacciati, in un solo giorno, dalle “krajne”) è morto tranquillamente nel suo letto. Nel 1999, quando l’11 settembre era di là da venire, ci fu l’aggressione alla Serbia per l’indipendenza del Kosovo, con l’appoggio degli alleati europei, fra cui la canina Italia. C’erano delle buone ragioni da una parte e dall’altra, quella dell’indipendentismo albanese e quella di uno Stato a conservare l’integrità dei propri confini, ma gli americani decisero che le ragioni stavano da una parte sola e per 72 giorni bombardarono una grande capitale   europea come Belgrado, facendo 5.500 morti civili. Ma almeno gli americani avevano un obiettivo: creare un corridoio di musulmanesimo moderato (Albania+Bosnia+Kosovo) ad uso del loro grande alleato nella regione, la Turchia. Gli europei no. Si schierarono contro la Serbia perché aveva la colpa di essere rimasta l’ultimo Stato paracomunista d’Europa. E se, un tempo, per l’intellighenzia europea bastava essere comunisti per avere ragione, adesso era invece sufficiente per avere torto.    Nel 2001 c’è stata l’occupazione dell’Afghanistan col pretesto di prendere Osama bin Laden. Osama non c’è più e i quaedisti, ammesso che esistano, non stanno più in Afghanistan. Ma a 9 anni di distanza, dopo aver causato, direttamente o indirettamente, la morte di più di centomila civili afghani (le stime dell’Onu non sono credibili, Wikileaks ha denunciato 143 casi in cui la Nato non ha dato notizia dei civili uccisi nei bombardamenti o in altro modo), dopo aver disgregato materialmente, economicamente, socialmente e moralmente un Paese e una popolazione, siamo ancora lì “per   difendere la Patria dal pericolo terrorista”. Nel 2003 c’è stata l’occupazione dell’Iraq. La motivazione originaria era che Saddam possedeva “armi di distruzione di massa” e Saddam non avrebbe mai accettato ispezioni. il rais di Baghdad accettò gli ispettori Onu e le “armi chimiche” non saltarono fuori. Perché, fornitegli un tempo dagli Stati Uniti, dalla Francia e, via Germania Est, dall’Unione Sovietica in funzione antiraniana e anticurda, non le aveva più avendole già usate sui curdi e, in misura minore, sui soldati di Khomeini nel silenzio della stampa occidentale: all’epoca, Hussein era un nostro alleato. Il dittatore di Baghdad era certamente un criminale, ma almeno era un laico (si inventò musulmano durante la seconda guerra del Golfo). Il risultato è che oggi in Iraq, consegnato graziosamente dagli americani agli odiati sciiti iraniani, si dà la caccia ai cristiani facendone ecatombe.    Lo slogan della generazione del Sessantotto, la mia generazione, “pagherete caro, pagherete tutto”, va cambiato in “rimpiangerete caro, rimpiangerete tutto”. Anche la cara, vecchia Unione Sovietica.

La corazzata Potëmkin è… un gran capolavoro

By davide sometti | ottobre 3, 2010

Un film che in Italia gode di una fama da sberleffo, chi non ricorda il fantozziano “La Corazzata P. è una cagata pazzesca”, invece è un vero capolavoro di storia e di sceneggiature diretta dal grandissimo Sergej Michajlovič Ėjzenštejn.

Potete godervela in streaming qui.

Il film è ambientato nel giugno del 1905; i protagonisti della pellicola sono i membri dell’equipaggio della corazzata russa che dà titolo all’opera, ed è strutturato in 5 atti. I fatti narrati nel film sono in parte veri e in parte fittizi: in sostanza si può parlare di una rielaborazione a fini narrativi dei fatti storici realmente accaduti e che portarono all’inizio della Rivoluzione russa del 1905. Infatti – ad esempio – il massacro di Odessa non avvenne sulla celebre scalinata, bensì in vie e stradine secondarie, e non avvenne di giorno ma di notte.

Lo stesso regista ha suddiviso la trama dell’opera in 5 atti, ognuno con un proprio titolo:

  1. Uomini e vermi
  2. Dramma sul ponte
  3. Il morto chiama
  4. La scalinata di Odessa
  5. Una contro tutte

La corazzata Potëmkin (rus. Бронено́сец Потёмкин, Bronenosec Potëmkin), è un film diretto da Sergej M. Ejzenštejn. È una delle più note e influenti opere della storia del cinema, e per i suoi valori tecnici ed estetici è generalmente ritenuto fra i migliori film di propaganda nonché una delle più compiute espressioni della settima arte. Prodotto dal primo stabilimento del Goskino a Mosca, fupresentato il 21 dicembre 1925 al teatro Bol’šoj. La prima proiezione aperta al pubblico avvenne il 21 gennaio 1926.