Adriano Celentano ancora una volta numero 1
Adriano Celentano, la leggenda vivente della musica italiana, alla veneranda età di 74 anni è stato ancora incisivo e brillante nella sua onerosa esibizione sanremese.
Per chi non lo sapesse Celentano devolverà il cachet ad una moltitudine di famiglie bisognose segnalate da vari sindaci italiani ed in più pagherà le tasse sul cachet, in pratica tutto l’opposto di quello che racconta la stampa bigotta cattolica e non.
Gente che vive di aiuti pubblici (8 per mille, contributi all’editoria, sgravi fiscali e altro) va a criticare una persona che grazie al suo ingegno è riuscita a lasciare una traccia indelebile nella storia della musica mondiale, suona ridicolo ma è proprio così!

Interessante il j’accuse alla vetusta struttura ecclesiastica ed il sostegno incondizionato all’amico Don Gallo, prete di strada, uomo tra gli ultimi.
Assolutamente non banale il tema della perdita di sovranità popolare mettendo in scena con Pupo un dialogo che ha fatto capire come il linguaggio televisivo sia sempre pronto a fregarvi con del marketing dialettico, in cui la verità viene fatta passare per menzogna.
Mi è anche piaciuto la stoccata al pseudo giornalista del corriere Aldo Grasso, il solito critico del menga, mai lette le sue boiate?
E la critica al duo Merkel – Sarkozy che impongono per ricatto alla morente Grecia l’acquisto dei propri mezzi militari, argomento che stranamente non è mai comparso sulla tv nostrana.
Celentano è il cantante italiano più famoso al mondo all’estero, una fama senza eguali che va da Mosca a Pechino e se la merita proprio, grazie Adriano!
Qui trovate la playlist intera dello show.
Giulio Sapelli: “Non ci sono innocenti davanti al neoliberismo”
di Rinaldo Gianola
“Lei vorrebbe parlare della crisi del capitalismo? Ma sta scherzando? Se lo facciamo in questo Paese ci mettono in galera”. Giulio Sapelli, docente di Storia economica all’Università Statale di Milano, ha il gusto della battuta e della polemica culturale. Discutere con lui del default del capitalismo è come andare a una festa a sorpresa, dove ci si può attendere di tutto.
Professor Sapelli, anche il Financial Times è preoccupato per le condizioni del capitalismo. Magari è morto e nessuno ci ha avvertito?
“Distinguiamo. Il capitalismo neoliberista è fallito, non ci sono dubbi. Il capitalismo tout-court non ancora. Vedremo”.
Un requiem per il neoliberismo?
“Sicuramente, anche se molti continuano a far finta di niente. Il capitalismo neoliberista si è dimostrato incapace di procurare sviluppo e benessere. Nei paesi dell’OCSE si contano 250 milioni di disoccupati di cui almeno 60-70 milioni sono disoccupati strutturali, destinati a restare senza lavoro per sempre. E’ una cosa che fa tremare i polsi perché parliamo di paesi con sistemi politici democratici ed economie avanzate. Oggi misuriamo il fallimento neoliberista. Un secolo dopo dobbiamo rendere omaggio a Rudolf Hilferding che nel suo “Il capitale finanziario” immaginava la prevalenza della finanza sul capitalismo industriale, anche se veniva svillaneggiato da Lenin e Plekhanov“.

Oggi siamo in mezzo ai guai per il neoliberismo…
“Certo. Il neoliberismo si è presentato come un megacapitalismo con qualche cosa in più e di peggio: un nichilismo morale e di massa che ha alimentato l’ingiustizia, la diseguaglianza sociale”.
Data di nascita del capitalismo neoliberista e principali sostenitori-responsabili?
“L’anno è il 1989. Il neoliberismo inizia quando la Securities exchange commission (SEC), la Consob americana, autorizza la libera contrattazione sul mercato dei prodotti derivati, di finanza strutturata.
E’ la svolta, assieme alla nuova disciplina delle banche d’affari e commerciali. Anche in Italia c’è un segnale forte con Amato e Ciampi che mettono in soffitta la legge bancaria del 1936. Inizia la stagione del capitalismo deregolato”.
Adesso fuori i nomi.
“Ronald Reagan, la signora Thatcher. Ma storicamente è sbagliato pensare che il neoliberismo sia solo il prodotto di quella destra. La deregulation come ideologia di massa viene perfezionata e divulgata da Bill Clinton e da Romano Prodi. Nessuno può dirsi innocente davanti ai disastri del neoliberismo. L’unico che in Italia comprese il pericolo di quel nichilismo fu Cossiga, uomo della intelligence democristiana”.
Il capitalismo ha ancora speranza?
“Il suo futuro è incerto. Io spero in un capitalismo ben temperato, polifonico, che convive con imprese non capitalistiche il cui obiettivo non è massimizzare il profitto, ma garantire il lavoro, la collettività. Ho fiducia nella filosofia dell’impresa cooperativa, nella divisione delle ricchezze nelle piccole comunità“.
Ma queste idee non maturano da sole. Ci vorrebbe la politica, non crede?
“Certo. Ma guardiamo la realtà. Le classi politiche del mondo avanzato sono state conquistate o acquistate dal neoliberismo. Non c’è ministro del Tesoro che non sia stato dipendente della Goldman Sachs. In Italia il governo è guidato dall’ex rettore della Bocconi, che dovrebbe salvare la patria. Si rende conto in che condizioni siamo? La Bocconi è portatrice di un’ideologia neoliberista di serie B e Mario Monti è chiamato a fare il guardiano da un capitalismo subalterno, periferico e straccione. Guardi che Gramsci non aveva mica torto quando descriveva il capitalismo italiano”.
Allora siamo tutti morti, non c’è più alcuna speranza politica?
“La politica tornerà, è questione di tempo. Credo nelle minoranze, nei piccoli gruppi. Ho fiducia nei movimenti sociali, anche in quelli che sono apparsi all’improvviso in America, nel mondo a contestare il capitalismo, le ingiustizie, l’arricchimento truffaldino. Ci sono alternative. Grandi paesi come il Canada e l’Australia non sono stati coinvolti nella crisi finanziaria perché hanno forti banche cooperative”.
Da dove ripartire?
“Dal basso, con umiltà, imparando dal passato, ascoltando anche gli insegnamenti delle religioni”.
La religione?
“Ha un ruolo decisivo. Il buddismo in Asia ha temperato il capitalismo. Potrebbe farlo anche il cattolicesimo, così come l’ebraismo ha avuto un’influenza positiva sull’ideologia dei kibbutz. E anche l’Islam: noi siamo preoccupati per la minaccia dell’integralismo, ma le banche islamiche sono istituzioni serie. Ricorda il famoso discorso di Togliatti a Bergamo? La religione è un potente afflato per la rivoluzione, il cambiamento sociale, la giustizia”.
Se il capitalismo è così malmesso perché la sinistra non rialza la testa?
“Perché la sinistra ha perso la sua autonomia culturale. Non propone più nulla, qualcuno scimmiotta il neoliberismo e pensa di apparire moderno. Papa Ratzinger dice cose più di sinistra di certi leader del pd. La questione è culturale. Lo sa perché i signori del Financial Times discutono apertamente del capitalismo e dei suoi limiti? Sono preoccupatissimi di perdere potere e interessi. Sono pronti a tutto per resistere”.
E la nostra Europa?
“La mia generazione aveva in mente gli Stati socialisti d’Europa, non questa dei banchieri centrali bastardi o incompetenti. Dipenderà dalla Germania. Spero che la signora Merkel perda le elezioni, così sarà possibile un cambio di stagione. Helmut Schmidt, storico leader socialdemocratico, ho fatto di recente un grande discorso. Ha detto alla Merkel di non dimenticare che la Germania è morta se cammina davanti all’Europa. Ha avvertito che gli altri paesi non seguiranno un passo prussiano, ha chiesto di non svegliare vecchi spettri. La speranza per noi e l’Europa è la vittoria della Spd. Vorrebbe dire che il socialismo ha ancora un senso”.
fonte: l’Unità del 19 gennaio 2012
Aridatece il Cainano
Fra le “impressionanti” misure che il governo dei banchieri si accinge a prendere viene ventilata quella di togliere di mezzo il biglietto da 500 euro o, il che fa lo stesso, di mettere una tassa, operata dalle banche per conto dello Stato, sul deposito o sul prelievo di monete di questo taglio. In un pacchetto di sigarette ci stanno 20 mila euro, in una ventiquattr’ore 6 milioni. Si vuole quindi far la lotta agli evasori, ai corruttori, ai riciclatori che si servono di questi tagli. Gli obiettivi sono nobilissimi, le vere ragioni di questo provvedimento un po’ meno.
Negli ultimi mesi molti piccoli risparmiatori, temendo un crollo delle banche, hanno prelevato tutto il possibile dai conti correnti, lasciandovi il minimo indispensabile, per metterlo al sicuro in casa propria. E altri li stanno seguendo. Naturalmente questi prelievi sono avvenuti con banconote da 500, per poterli nascondere agli occhi dei ladri.
Adesso, con questa misura, il governo dei banchieri vuole impedire ai risparmiatori che temono un crac degli Istituti di credito di ritirarvi il loro denaro e imporre a quelli che lo hanno già fatto di rimettercelo. Devono rimanere ostaggio delle banche. Nella stessa direzione va la misura, molto apprezzata dalla sinistra, che vuole rendere “tracciabile” ogni pagamento al di sopra dei 300 euro o addirittura, come pretendono alcuni khomeinisti, a cui ha dato voce Milena Gabanelli, qualsiasi pagamento in contanti.
I pagamenti avverrebbero quindi, in gran parte con assegni, carte di credito, bancomat, bonifici, tutte operazioni sulle quali le banche hanno le loro commissioni. Se poi ogni pagamento in contanti, di qualsiasi entità, dovesse essere tassato le banconote sparirebbero dalla circolazione, perché nessuno, nemmeno il giornalaio o il fruttivendolo, le accetterebbe (la “fresca” rimarrebbe, forse, solo al tavolo del poker, l’unico luogo pulito di questo Paese marcio fino al midollo).
Saremmo obbligati a tenere tutto il nostro denaro in banca. Ma le banche sono delle società private e lo Stato non può obbligarmi a tenervi il mio denaro. Io il mio denaro ho diritto di metterlo dove mi garba, di ficcarmelo anche nel culo se così mi piace. Lo Stato nasce, oltre che per amministrare giustizia, per battere moneta. Se non ha fiducia nella propria moneta non è più uno Stato.
Se uno Stato non è capace di contrastare l’evasione, la corruzione, il riciclaggio senza far pagare un pesante pedaggio ai cittadini che non sono né evasori, né corruttori, né riciclatori di denaro sporco, non è più uno Stato. Rovesciamolo assieme alle sue classi dirigenti, politiche ed economiche, che ci hanno portato a questo punto e ricominciamo da capo.
Infine non è possibile che lo Stato (che non per niente Nietzsche chiama “il più freddo di tutti i mostri”) si intrufoli attraverso la cosiddetta “tracciabilità” nella mia vita privata fino a conoscere, nel dettaglio, i miei acquisti, le mie predilezioni, i miei gusti, i miei vizi. Milena Gabanelli sostiene che “la gente comune non ha necessità di più di una cinquantina di euro alla settimana”.
Ma dove vive, in un monastero? Una buona bottiglia di vino e un pacchetto di sigarette fan già 15 euro al giorno. Il moralismo della sinistra è insopportabile. E ora capisco perché tanti, senza per questo essere dei lestofanti, votavano Berlusconi.
Perché Berlusconi difendendo la sua libertà criminaloide difendeva anche, per estensione, la libertà di tutti dallo strapotere dello Stato. Aridatece subito il Cainano.
fonte: Massimo Fini, il Fatto Quotidiano
Elettori tié! Ciao Silvio!
A differenza dei “resistenti last minute” devo ammettere che Berlusconi è stato un grande giocatore di poker, senza dubbio il politico più intelligente degli ultimi vent’anni. L’italiano medio è Berlusconi, solo più povero.
Non ha mai fatto i vostri interessi, ciò nonostante l’avete continuato a votare perché spinti da una demagogica sindrome di insicurezza e di mancanza di alternativa (in parte vera).
Vi ha fregati alla grande, perché è stato un politico intelligente, in grado di cavalcare le onde emotive del popolo grazie ai suoi sondaggi ed esperti di marketing. Se pensate che mi sbagli, segnalatemi una cosa positiva che ha fatto nei suoi anni al governo, che vada oltre alla legge anti fumo e alla patente a punti. Il nulla.

Berlusconi se n’è andato, ma non è finito il berlusconismo che vive e vegeta intrinsecamente nell’italiano medio. La seconda Repubblica si chiude con le dimissioni di Berlusconi e si apre un era di austerità con un governo tecnico fatto di banchieri e lobbisti che sono essenzialmente la causa della crisi economica, è interessante notare come chi abbia causato i problemi sia anche chi dovrebbe tentare di curarli (un po’ come mangiar più caramelle per combattere la carie).
Sono convinto che nascerà una forza politica che sarà un misto tra la vecchia Democrazia Cristiana e il PDL (ormai alla frutta) che riuscirà ad ottenere nuovamente la maggioranza parlamentare al massimo in un quinquennio, sarà un partito nuovamente approvato dalla CEI che da una parte tutelerà gli interessi della Chiesa e dall’altra proteggerà le numerose corporazioni italiche, insomma niente di nuovo.
Per il momento fermiamoci a vedere se sarà cambiata la legge elettorale o si tornerà al voto in pochi mesi con questa “porcata”. Come diceva una celebre canzone di Battisti.. lo scopriremo solo vivendo..
Perché non si studia Gramsci?
Antonio Gramsci, a 10 anni (in IV° elementare, 1901), esprimeva concetti e conclusioni che guardando al mondo politico attuale fatto di Brunetta, Sacconi, Gasparri, Santanché, Bossi, Veltroni, Renzi e altri camerieri fa pensare che le teorie darwiniane di evoluzione della specie abbiano trovato una vera e propria eccezione in Italia. Gramsci, che è studiato moltissimo fuori dall’Italia, meriterebbe una maggiore attenzione anche in Patria.
Antonio Gramsci si rivolge all’ipotetico amico che chiama Giovanni per fargli sapere: “Quanti ragazzi poveri ti invidiano, loro che avrebbero voglia di studiare, ma a cui Dio non ha dato il necessario, non solo per studiare, ma molte volte, neanche per sfamarsi. Io li vedo dalla mia finestra, con che occhi guardano i ragazzi che passano con la cartella a tracolla, loro che non possono andare che alla scuola serale”. E lo stupore cresce di fronte alla consapevolezza che il suo compagno di banco Giovanni abbia deciso di non andare più a scuola, lui che è un privilegiato: “Un punto solo mi fa stupire di te; dici che non riprenderai più gli studi, perché ti sono venuti a noia. Come, tu che sei tanto intelligente , che, grazie a Dio, non ti manca il necessario, tu vuoi abbandonare gli studi? Dici a me di far lo stesso, perché è molto meglio scorrazzare per i campi, andare ai balli e ai pubblici ritrovi, anziché rinchiudersi per quattro ore al giorno in una camera, col maestro che ci predica sempre di studiare perché se no resteremo zucconi. Ma io, caro amico, non potrò mai abbandonare gli studi che sono la mia unica speranza di vivere onoratamente quando sarò adulto, perché come sai, la mia famiglia non è ricca di beni di fortuna”. E quanta amorevole insistenza nelle sue parole: “Torna agli studi, caro Giovanni, e vi troverai tutti i beni possibili. Chi non studia in gioventù se ne pentirà amaramente nella vecchiaia. Un rovescio di fortuna, una lite perduta, possono portare alla miseria il più ricco degli uomini. Ricordati del signor Francesco; egli era figlio di una famiglia abbastanza ricca; passò una gioventù brillan-tissima, andava ai teatri, alle bische, e finì per rovinarsi completamente, ed ora fa lo scrivano presso un avvocato che gli da sessanta lire al mese, tanto per vivacchiare. Questi esempi dovrebbero bastare a farti dissuadere dal tuo proposito”. Infine, il saluto, Antonio si rivolge a Giovanni scusandosi per la franchezza del suo dire, dettata dal cuore e dall’affetto: “Non pigliarti a male se ti parlo col cuore alla mano, perché ti voglio bene, e uso dire tutto in faccia, e non adularti come molti. Addio, saluta i tuoi genitori e ricevi un bacio dal Tuo amico Antonio”.

fonte: rielaborato dal Fatto Quotidiano del 12 novembre 2011
“Al primo incontro con Marchionne ho capito che tipo è”
Maurizio Landini, quando ha incontrato per la prima volta l’amministratore delegato della Fiat?
Era il luglio dello scorso anno, quando la Fiat a Mirafiori annunciò lo spostamento delle produzioni in Serbia. In quell’occasione ho incontrato il dottor Marchionne. Si trattava di un incontro convocato presso la Regione Piemonte. C’erano il presidente Cota, il ministro Sacconi, il sindaco di Torino, Chiamparino, e poi era stato convocato il sindacato con la Cgil, la Cisl e la Uil. Io ero seduto tra Epifani e Bonanni. E ricordo che Marchionne è arrivato, si è seduto, ha letto un testo dove in pratica ripeteva le cose già sentite altre volte, dove non diceva più solo ai sindacati, ma anche alle istituzioni e al governo: “Dovete dirmi di sì o di no. Io il piano industriale non lo discuto con nessuno”. E la cosa che mi ha colpito è che lui ha letto il suo documento e subito dopo tutti si sono detti d’accordo. Tutti, tranne la Fiom e la Cgil. Non si è discusso su nulla. Gli unici a intervenire per dire che c’erano delle cose che non andavano siamo stati noi. E poi c’è stato un episodio per certi versi brutale, quando il presidente della Regione, Cota, ha preso la parola per chiudere l’incontro e rivolgendosi a Marchionne ha detto: ‘Allora, possiamo dire che la Fiat mantiene gli investimenti…’. E lì Marchionne è intervenuto: ‘No, guardi, sia chiaro: lei non può dire che la Fiat sta cambiando idea’. Fine dell’incontro. Come siamo entrati, siamo usciti. E nessuno ha reagito di fronte a quello che a me è sembrato un atteggiamento un poco arrogante. E poi soprattutto non era stato compiuto nessun passo in avanti. Marchionne confermava di voler andare in Serbia e noi non sapevamo ancora quali prodotti avrebbe deciso di fare a Mirafiori. Aveva solo ribadito che non avrebbe discusso niente con nessuno.

Con Marchionne neppure una stretta di mano?
Sì, certo. Ci siamo salutati, ci siamo dati la mano, mi ha fatto anche una battuta: ‘Vedo che lei parla molto di me’, ha detto. ‘Più che parlare cerco di documentarmi, ho letto qualche libro che la riguarda’ ho risposto io. E l’incontro è finito lì.
Cosa gli è andato a dire?
Gli ho detto così: ‘Vede, dottore, ci sono dei momenti in cui tutti sostengono che le cose stiano andando bene. E quelli sono momenti pericolosi. Perché a volte avere vicino qualcuno che dice di no, che mette in guardia, che dice con sincerità, guarda che così secondo me non funziona, può essere utile’.
E lui?
Non ha risposto. Lui non risponde. Ha ascoltato, quello sì. Ma non ha risposto. E se sto a tutto quello che è accaduto dopo, direi che non ha nemmeno tenuto in grande considerazione quelle parole. Io però penso che le occasioni per dire le cose con chiarezza vadano sfruttate tutte quante.
Nella vicenda Fiat c’è stato un problema di informazione? Come siete stati trattati dalla stampa e dalle televisioni?
Sì, io credo che esista un problema di maggiore trasparenza, di uso, diciamo così, più obiettivo dei mezzi di comunicazione. Perché in molti casi si è cercato di rappresentare posizioni precostituite e di dare poco spazio al merito, al contenuto delle questioni. Paradossalmente è stata proprio la radicalità, la brutalità con cui la Fiat ha cercato di realizzare i suoi obiettivi a darci visibilità. Loro hanno esagerato e noi ne abbiamo tratto giovamento mediatico. Ma subito dopo la nostra forza è stata quella di evitare discussioni ideologiche entrando invece nel merito della vicenda. E come per incanto tutti hanno dovuto ricordare che nelle fabbriche c’è un problema di fatica, di sfruttamento. E la Fiat? Secondo lei ha ricevuto un trattamento privilegiato da giornali e televisioni? Bè, certamente la Fiat ha una forza che noi non abbiamo. È proprietaria e controlla giornali, ha una potenza mediatica che noi ci scordiamo. Così quando ho letto l’intervista del dottor Marchionne in cui si parlava della Fiom come di una grande manipolatrice dell’informazione, sinceramente mi ha fatto un po’ sorridere, perché basta guardare alla sproporzione di mezzi. Noi ci siamo limitati a trovare le parole d’ordine giuste. Perché quando abbiamo detto che il lavoro o ha dei diritti o non è un lavoro, queste parole hanno parlato a tutto il paese. Noi abbiamo avuto lo scatto di dignità, il gesto di coraggio dei lavoratori, penso a quelli di Pomigliano, Melfi, Mirafiori e Bertone. Senza quel coraggio non saremmo andati da nessuna parte. [...]
A proposito di Chrysler e a proposito degli Stati Uniti: quando ha sentito il presidente americano Barack Obama dire “grazie, Sergio” cosa ha pensato?
A parte il fatto che la Chrysler era in bancarotta e il salvataggio è avvenuto a fronte di una situazione d’emergenza. Ma poi guardi che anche in Italia per alcuni anni l’atteggiamento di Marchionne con i sindacati è stato estremamente positivo. Allora per quel periodo anche voi vi sentite di dire ‘grazie, Sergio?’. No, noi diciamo grazie ai lavoratori. Però in quella fase c’è stata un’intesa. In quel periodo Marchionne non ha puntato alla cancellazione del sindacato e alla chiusura degli stabilimenti. Per salvare la Fiat ha scelto e accettato un confronto con noi.
Possiamo allora dire che Sergio Marchionne sia il miglior nemico possibile?
A lui riconosciamo indubbie capacità manageriali. Un uomo che ha dimostrato coraggio e capacità di gestione della finanza. Insisto: dal 2004 al 2008 per salvare la Fiat ha scelto un rapporto positivo coi sindacati e coi lavoratori. Poi con le proposte per Pomigliano e Mirafiori le cose sono andate in un’altra direzione, quel sistema di regole condivise si è spezzato e la Fiat ha introdotto unilateralmente un metodo di gestione della fabbrica piuttosto autoritario. Non c’è dubbio che se la Fiat è uscita da una crisi pesantissima nel primi anni Duemila è grazie anche alle capacità di Marchionne. Ma anche alla disponibilità dei lavoratori e dei sindacati. E questo sarebbe bene non dimenticarlo.
fonte: Il Fatto Quotidiano del 20 ottobre 2011
Mr. B Jobs
Credo sia vergognoso che alcune testate giornalistiche (L’Unità o il Fatto Quotidiano), sbeffeggino in continuazione questo governo e l’esecutivo nella persona del presidente del Consiglio. Se li chiami comunisti, dicono che non ci sono più. Ma io penso che siano anti italiani dalla nascita, nella loro cultura. Basti pensare al loro compagno Togliatti, che affermava con orgoglio di avere rinunciato alla cittadinanza italiana, perché come italiano si sentiva un «miserabile mandolinista e nulla più», mentre da cittadino sovietico sapeva di valere 10mila volte di più del migliore cittadino italiano. Quando Berlusconi afferma che la loro mentalità non è mai cambiata non si sbaglia. E le dimostrazioni sono all’ordine del giorno, nelle loro dichiarazioni e sui giornali. Criticare l’Italia è necessario per attaccare Berlusconi, poi non importa se la fiducia degli investitori viene meno e la nostra economia è in grave crisi. Se le aziende chiudono e i cittadini perdono il posto di lavoro. Tutto questo mentre il governo almeno ci prova a trovare delle soluzioni, condivisibili o meno, e loro sempre a chiedere di fare «passi indietro», come se non fossimo abbastanza indietro! Se a Bruxelles andava Bersani dopo 30 secondi lo mandavano via, se ci andava Di Pietro restava tutto il giorno a Bruxelles, nell’attesa di trovare un traduttore che lo capisca. Fausto Fedrizzi – Tione. Fonte: l’Adige 11 ottobre 2011.
Non volendo replicare alla pochezza dello scritto, volevo provare a fare una sintetica analisi del contenuto.
Il concetto è abbastanza chiaro ed è quello che va di moda tra gli ultimi highlander del berlusconismo, il tutto tralasciando l’aspetto grammaticale che risulta in ogni caso marginale ai nostri fini.
In primis il concetto di critica come anti – italianità, a seguire l’immancabile paragone con il comunismo, nell’esempio con il comunista per eccellenza e per concludere con la solita solfa della mancanza di alternativa ovvero piuttosto che “gli altri” meglio Berlusconi.
In Trentino è noto che gli avvenimenti capitano sempre con un certo ritardo, quasi come ci fosse un jet lag regionale, probabilmente anche dovuto alla morfologia territoriale, ma leggere commenti di questo tipo l’11 ottobre del 2011, mi fa perdere le speranze nei confronti della razza umana.
Una parte d’Italia è ancora sugli spalti a tifare l’uomo che è “sceso in campo”, artefice di un disastro economico* e culturale** senza proporzioni al mondo, mentre la maggior parte si è risvegliata dal sonno non priva di un certo prurito anale.

* dati FMI (Fondo Monetario Internazionale): Penultimi davanti solo ad Haiti. Praticamente ultimi perché il paese caraibico è stato devastato dal terremoto e il crollo del suo Pil non fa testo. Negli ultimi dieci anni, dunque, siamo cresciuti meno di tutti. Nel mondo. Ci siamo piazzati al 179° posto su 180 paesi.
** Un mio scambio di vedute con Daniele Luttazzi dell’ottobre 2010: la guerra in corso è innanzitutto culturale. Da trent’anni stanno lobotomizzando gli italiani con una certa tv e gli effetti si vedono eccome. I pochi intellettuali rimasti vengono sbeffeggiati e/o relegati al ruolo del personaggio bizzarro. Ci vorranno altri trent’anni per la ricostruzione. Ma ogni lungo cammino comincia con un piccolo passo.
Il suicidio Meredith
di Marco Travaglio
Da certi commenti sulla sentenza di Perugia, pare quasi che Meredith Kercher si sia suicidata. Della ragazza assassinata non parla quasi nessuno: “Il silenzio dei genitori non ha pagato, in tv si son visti solo i familiari di Amanda Knox”, osserva la giornalista di Newsweek che segue il caso fin dall’inizio. E, come tutti quelli che conoscono le carte, è colpevolista. Silenzio imbarazzato anche sull’ivoriano Rudy Guede, unico sicuro colpevole uscito dalla lotteria dei cinque verdetti: 4 condanne (3 con rito abbreviato per Rudy, condannato definitivamente a 16 anni, e 1 con rito ordinario per Amanda e Raffaele Sollecito in Corte d’assise), 1 sola assoluzione (quella della Corte d’assise d’appello). Con ciò, per carità, non vogliamo dire che Amanda e Raffaele siano colpevoli: per la Costituzione erano innocenti anche dopo la condanna di primo grado, e lo sarebbero rimasti anche se fosse stata confermata in appello.
La loro però rimane un’innocenza provvisoria, visto che entrambi restano imputati di omicidio fino al giudizio di Cassazione. Dopodiché ciascuno potrà continuare a pensarla come vuole. L’unica cosa che ci dovrebbe essere risparmiata sono le lezioni degli americani, che hanno tanto da insegnarci, ma non il garantismo: negli Usa, dopo la prima condanna, si butta via la chiave, non essendo previsto appello. Noi invece processiamo la gente in nome del popolo italiano, con tanto di giuria popolare, e poi la facciamo riprocessare da un altro popolo italiano. Qualcuno sostiene addirittura che Amanda e Raffaele non avrebbero dovuto essere processati né arrestati. Ora, può darsi che la Corte d’assise d’appello non potesse non assolverli, dopo la perizia che neutralizzava le indagini della Scientifica sul coltello e sui ganci del reggiseno. Anche se si ha la sensazione che l’imputato sia colpevole, non si condanna che “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Le prove che bastano per indagare, arrestare, rinviare a giudizio spesso non bastano per condannare. Per questo tanti colpevoli sfuggono alla giustizia.
Specie quando i processi sono indiziari: cioè privi di “pistola fumante”, sia essa la confessione dell’imputato o la parola di eventuali testimoni oculari. Un conto è sapere che l’imputato c’entra, un altro è provarlo. Di Amanda e Raffaele sappiamo che c’entrano. Altrimenti perché Amanda, nel primo interrogatorio senza difensore, quando nessuno ancora sa nulla dell’esistenza di Rudy, descrive la scena del delitto e accusa Patrick Lumumba, il “nero sbagliato” (“ricordo confusamente che Patrick ha ucciso Meredith”)? Se lei non era lì, che ne sapeva del delitto e dell’assassino? E, se lei non c’entra, perché calunniare un innocente? E perché Raffaele mente sull’alibi (“quella sera Amanda dormì a casa mia”), subito sbugiardato da vari testimoni? E chi sono i complici di Rudy, condannato per “concorso in omicidio commesso da altri”? Nella stanza di Meredith c’erano tracce solo di Rudy, Amanda e Raffaele. E la sentenza Rudy ha accertato che l’ingresso dell’ivoriano nell’alloggio fu “favorito da Amanda”. Gli indizi, anche scientifici, che hanno tenuto in carcere Amanda e Raffaele per 4 anni non li ha valutati solo la Procura: li hanno poi confermati 1 gup, 9 giudici di tre Riesami e 5 di Cassazione. Se solo la Procura avesse messo in cassaforte la confessione di Amanda, scovando un avvocato d’ufficio la notte in cui sapeva tutto e accusava Patrick, anziché continuare a sentirla senza difensore e rendere così inutilizzabile quel verbale, forse oggi racconteremmo un’altra storia. Poi ci sono le turbative esterne, che sarebbe il caso di rimuovere dai processi. Le indicibili pressioni americane, che ne han fatto un caso politico (a che titolo il Dipartimento di Stato esprime soddisfazione per la sentenza?).
La presenza di avvocati-parlamentari (come l’ottima Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia). E il conseguente processo televisivo, dove solo i difensori possono parlare, mentre i pm no, dunque è tutto sbilanciato sulla difesa. Quella dei ricchi e dei famosi, s’intende. Rudy invece è un poveraccio, per giunta negro. Peggio per lui.
fonte: il fatto quotidiano, 5 ottobre 2011
Un prete scomodo
di Luigi Galella
Di tutte le idee espresse da Don Gallo, quantomai sfolgorante di saggezza irriverente (In Onda, La7, lunedì, 20.30), nel talk preserale condotto da Luisella Costamagna e Luca Te-lese, la più rimarchevole riguarda il ricordo di un evento lontano. Nel 1970, durante un’omelia domenicale, per contrastare l’indignazione del quartiere seguita alla scoperta di una fumisteria di hascish, ebbe a dire che esistevano droghe peggiori, ad esempio quella del linguaggio, in base alla quale un ragazzo, se figlio di povera gente, diventava “inadatto agli studi”, e i bombardamenti di persone inermi si trasformavano in “azioni a difesa della libertà”. Il linguaggio come droga: convenzionale e universale ipocrisia, peggiore di un banale spinello. Rimarchevole perché la definizione precede e di molto l’età berlusconiana, aura e arma mediatica e poi politica che ci avvolgono e plasmano da un trentennio. Ma anticipa e completa di circa quindici anni perfino la locuzione di Italo Calvino, la fortunata metafora di “peste del linguaggio” (“Leggerezza”, in “Lezioni americane”, Einaudi): “A volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola”. Calvino contestava il conformismo e la sciatteria linguistica, come don Gallo l’uso mistificatorio delle parole. È da molto, quindi, che sappiamo che il linguaggio può drogare e appestare, certo più dell’hascish , che è una “sostanza”, e come tale è anch’essa “un dono di Dio”. E può servire quindi al bene e al male, a seconda dell’uso che se ne fa. Nulla di rivoluzionario. La Chiesa di Roma si fonda sull’idea, di remota origine agostiniana, che l’uomo sia libero di scegliere fra il bene e il male. E poi sull’altra, che al mondo ci siano tutte “creature di Dio”: “Dio ama tutto il mondo” (Giovanni, 3:16).
Tanto poco rivoluzionario, don Gallo, che non perde occasione per sottolineare la sua aderenza alla dottrina. Ma quest’ultima non implica, ovviamente, la medesima osservanza nei confronti delle idee dei vescovi o della Curia. Lui si muove sulla scia del Concilio, e sembrerebbe di capire, dalle critiche rivolte alle gerarchie, che sono queste ultime, semmai, ad averla abbandonata. Un prete fedele al Concilio Vaticano II, schietto fino all’apparente apostasia, che qualcuno (Loris Mazzetti), vedrebbe bene – in chiave di sfida provocatoria – come un ottimo candidato alla premiership del centrosinistra. Televisivamente efficacissimo, tanto che i due conduttori lo hanno lasciato liberissimo di esprimersi, chiedendogli, fra l’altro, che cosa pensasse del testamento biologico e perfino dell’eutanasia. Su questi ultimi temi, in verità, si era già espresso in una puntata di Exit, quando la senatrice Binetti, zelante interprete dei taciti o palesi desiderata del Vaticano, lo aveva attaccato, dicendosi scandalizzata per le sue idee, che “rifiutava di credere” che stesse esprimendo. E invece le esprimeva. E le ha ribadite, raccontando un episodio di sua madre novantanovenne, cattolicissima, che chiedeva ai figli di lasciarla andare, senza accanimenti terapeutici, nella grazia del Signore. Chi più ama la vita e gli uomini, desidera – come atto umano e cristiano – che non vengano mortificati da leggi liberticide.
fonte: il Fatto Quotidiano, 24 agosto 2011
Chiesa, tre metri sopra l’Irpef
La Chiesa italiana è chiamata a dare il suo contributo per il risanamento del deficit nazionale. In una fase di tagli pesantissimi generalizzati, chi è percettore di un flusso ingente di finanziamenti pubblici non può sentirsi “al di sopra delle parti”. Partecipare è un dovere morale. Nei tempi antichi, in casi d’invasione e di assedi, si fondevano i calici e gli ori dei templi per finanziare la difesa della città o riscattare i prigionieri. Altrettanto vale oggi, quando il nemico – più insidioso e distruttivo – è annidato nelle finanze pubbliche e può essere debellato soltanto se veramente tutti, e non solo le famiglie a reddito fisso, partecipano ai sacrifici.
Sbaglierebbe la gerarchia ecclesiastica a scrollarsi di dosso la richiesta, etichettandola come anticlericale o animata da spirito antireligioso. È vero il contrario. Il dovere di mettere mano alle proprie disponibilità nasce (dovrebbe nascere) da una considerazione anche religiosa del “bene comune” e dello stesso destino dello stato sociale. In Grecia la Chiesa ortodossa sta valutando, con il governo, di sostenere il bilancio pubblico vendendo parte del suo patrimonio immobiliare. Può la Chiesa italiana rifiutarsi di affrontare nella fase attuale la questione dell’8 per mille, che pesa sul bilancio dello stato per oltre mille milioni?
Dirò subito che nell’ottica di uno stato sociale e democratico, che favorisce lo sviluppo della personalità dei cittadini nella dimensione culturale, valoriale e associativa, anche sostenere l’espressione comunitaria di una fede e favorire la costruzione di una chiesa, una sinagoga o una moschea è un elemento di civiltà. Il fatto è che in Italia il sistema dell’8 per mille, che concede democraticamente a qualsiasi cittadino di devolvere una quota dell’Irpef alla confessione religiosa di sua scelta o allo Stato per fini umanitari, è nato sulle basi di un imbroglio. È evidente che il cittadino, che non vuole usufruire della facoltà di devolvere la sua quota a un destinatario preciso, intende lasciare alla piena disponibilità dello Stato la sua Irpef. Così succede in Spagna , che pure ha copiato concettualmente il sistema italiano. La truffa-Tremonti avvenuta nel 1985, è che le somme non toccate – le quote di Irpef dei cittadini che non si sono “espressi” – vengono nuovamente suddivise in base ai “voti” di quanti hanno manifestato la loro preferenza nella dichiarazione dei redditi. Con il risultato che le “preferenze” per le Chiesa cattolica, pari a circa un terzo delle dichiarazioni, attraverso il riconteggio arrivano a qualcosa come l’87 per cento e in tal modo l’istituzione ecclesiastica giunge incassare circa un miliardo di euro.
L’irrazionalità di questo meccanismo è aggravata da molteplici fattori. Anzitutto il gettito dell’8 per mille è aumentato esponenzialmente a un ritmo tale che ha non più nessuna relazione con la struttura della Chiesa cattolica. Il numero dei sacerdoti in Italia va infatti sistematicamente calando. Nel 1978, al momento dell’elezione di papa Wojtyla, erano oltre quarantunmila, oggi sono scesi a trentaduemila e nel 2013 dovrebbero ridursi a ventottomila secondo uno studio del sociologo cattolico Diotallevi (insieme a Stefano Molina). Insomma la Chiesa italiana più si riduce e più incassa in finanziamenti statali. La seconda anomalia è rappresentata dal fatto che il governo Berlusconi ha rallentato l’accesso al sistema dell’8 per mille di altre confessioni in modo da non scalfire la parte del leone che arriva alla Cei. Da anni l’Unione buddista, i Testimoni di Geova, la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, l’Unione induista, l’Esarcato ortodosso e la Chiesa apostolica – che pure hanno firmato le intese con lo Stato italiano – attendono la ratifica del parlamento. Solo per le ultime due è arrivata finora l’approvazione del Senato, ma manca quella della Camera. L’“inerzia” non è casuale. Ogni “voto” a una nuova confessione, toglie fondi alla Chiesa cattolica. È bastato negli anni scorsi che ci fosse un piccolissimo incremento per i Valdesi e sono stati milioni persi per la Cei. Dunque il motto è “non disturbare le gerarchie ecclesiastiche”. Terzo scandalo è che lo Stato non metta un’indicazione di scopo alle “preferenze” per la quota statale destinata a fini umanitari. Se Berlusconi avesse detto che andava alla ricostruzione dell’Aquila, vi sarebbero stati milioni di “voti”. Ma proprio questo non si voleva. La Chiesa ha la pretesa che lo Stato non proponga nulla. Questo è il quadro. Che cosa si può fare immediatamente? La via maestra, la più dignitosa per la Chiesa, è che la Cei nella seduta del suo prossimo Consiglio permanente a settembre annunci di lasciare allo Stato una quota cospicua dei finanziamenti alla luce del fatto che vi sono stati tagli pesanti in tutti ministeri e negli enti locali con riflessi durissimi sulla vita dei cittadini. La Cei insieme alle diocesi in questi anni, con progetti di credito a favore delle famiglie deboli, ha fatto molto. Abbia il coraggio di correggere la stortura del sistema.
Il governo a sua volta, a norma dell’art. 49 della legge che ha istituito l’8 per mille nel 1985, convochi la commissione paritetica con l’episcopato per rivedere – come è espressamente previsto – la somma del gettito. Il governo indichi chiaramente lo scopo pubblico della quota a lui riservata per coinvolgere i cittadini su obiettivi precisi e cessi l’andazzo vergognoso per cui milioni della “quota statale” tornano a destinatari ecclesiastici con interventi a pioggia come accade da anni. Si abolisca, infine, il doppio conteggio.
fonte: il Fatto Quotidiano, 18 agosto 2011
La farfalla e i kalashnikov
di Massimo Fini
Quello che è suonato in queste settimane è stato il gong del quattordicesimo round. Il prossimo sarà l’ultimo e metterà fine al match. Una volta si diceva che il battito d’ali di una farfalla in Giappone poteva provocare una catastrofe nell’emisfero opposto. Era un’iperbole per esprimere il concetto che l’eco-sistema-Terra è integrato e ogni sua componente è interdipendente. Un battito d’ali di farfalla sposta dell’aria che muove un moscerino che cambia la sua traiettoria e quella di un passero che gli faceva la posta e così via. Rimaneva comunque un’iperbole perché la forza d’attrito a un certo punto spezzava queste concatenazioni.
Nel mondo globale invece l’iperbole si è realizzata in economia, attraverso il denaro che, essendo virtuale, non conosce l’attrito. Enormi masse di denaro si spostano ogni giorno, ogni ora, ogni minuto da una parte all’altra del mondo senza trovare ostacoli. In un mondo integrato e globale il battito d’ali di una farfalla americana, per restare alla nostra metafora, può avere conseguenze devastanti in ogni angolo del pianeta. Ne restano fuori solo quelle popolazioni, ormai delle mosche bianche, che, o per rifiuto consapevole o per altro, non sono entrate nel mercato internazionale (certamente gli indigeni delle Isole Andemane possono farsi un baffo di questi tsunami monetari).
Lo abbiamo visto con la crisi dei “subprime” americani del 2008 che è rimbalzata in Europa provocando il default dell’Irlanda e della Grecia e che poi, come un’onda di ritorno, ha colpito di nuovo gli Stati Uniti mentre in Europa le defaillances irlandese e greca hanno intaccato il Portogallo, la Spagna, hanno aggredito l’Italia e domani, probabilmente, tutto il vecchio continente.
Ma il contraccolpo colpisce anche i paesi cosiddetti emergenti dell’Asia. La cosa più inquietante, anzi disperante, è il senso di impotenza che dà questo sistema. Nessuno, individuo o Stato, è più arbitro del proprio destino. Tu puoi aver lavorato una vita, con fatica e con coscienza, e basta un battito d’ali in una qualsiasi parte del mondo per distruggere, d’un colpo, il tuo lavoro, la tua fatica, i tuoi risparmi (che sono “forza-lavoro”, energia tesaurizzata e messa da parte). Ma le leadership mondiali si ostinano a parare ogni nuova crisi immettendo nel sistema altro denaro inesistente (nel senso che non corrisponde a nulla, questo è il senso dell’innalzamento legale del debito pubblico americano, che è come se uno che ha tutti i parametri del sangue sballati decidesse di essere guarito perché li ha portati a un livello più alto) che va ad aumentare lo tsunami della massa monetaria che, al prossimo colpo, si abbatterà su di noi con una violenza ancor più devastante. Finché, fra non molto, arriverà il colpo del ko che nessun trucchetto contabile riuscirà a mascherare.
Possibile che sia così difficile da capire che non dobbiamo più crescere ma decrescere, che non dobbiamo modernizzare ma smodernizzare, che dobbiamo allentare la morsa dell’integrazione globale? Il mondo occidentale (inteso in senso lato perché ormai quasi tutti i paesi sono coinvolti nel modello di sviluppo a crescita esponenziale partito dall’Europa, in Inghilterra, a metà del XVIII secolo) si rifiuta di capire, perché considera irrinunciabili gli standard di benessere acquisiti. E allora si droga di denaro. Non comprende che se non pilota una decrescita graduale di questo benessere lo perderà tutto d’un colpo per quanti sacrifici, e massacri, possa pretendere dalle popolazioni. Quando la gente delle città, crollato il sistema del denaro, si accorgerà che non può mangiare l’asfalto e bere il petrolio, si riverserà alla ricerca di cibo nelle campagne dove si saranno rifugiati i più previdenti, provvedendosi dell’autosufficienza alimentare oltre che di un buon numero di kalashnikov per respingere queste masse di disperati.
fonte: Il Fatto Quotidiano, 13 agosto 2011
I fondi pensione ovvero come farsi fregare il TFR
Il rating americano viene declassato. Gli indici di Borsa precipitano. La finanza internazionale è nel caos. E la piccola finanza trentina? Il crollo generalizzato dei mercati finanziari internazionali non poteva certo lasciare indifferente anche il portafoglio titoli di importanti realtà locali, come ad esempio Laborfonds o Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto. «Ma il responsabile approccio di forte differenziazione degli investimenti però ci permetterà anche questa volta di risentire meno di altri di questa situazione comunque molto preoccupante» precisa Mariano Marroni, direttore generale della Fondazione Caritro, che nel bilancio 2010 vedeva la componente azionaria ammontare complessivamente al 57,2% degli impieghi patrimoniali, di cui però il 31,4% in quote di società non trattate su mercati regolamentati. «Quando i mercati vanno a picco – gli fa eco Giorgio Valzolgher, direttore del fondo pensione Laborfonds, che amministra in quattro differenti linee di investimento un patrimonio finanziario di 1,1 miliardi di euro per conto degli oltre 111mila lavoratori regionali aderenti – è chiaro che qualsiasi investimento finanziario sia destinato a risentirne, sia per la parte obbligazionaria che azionaria. Ma la nostra strategia di differenziazione del rischio ci sta aiutando a proteggere il patrimonio del fondo nei limiti del possibile. La settimana scorsa ad esempio il gestore della linea bilanciata (quella in cui si concentra quasi il 90% del patrimonio di Laborofonds, ndr) ha deciso di proteggersi ulteriormente coprendosi sulla parte azionaria. A fine luglio secondo una approssimazione ufficiosa la linea bilanciata perdeva l’1,2% rispetto a inizio anno, scontando il -1,5% rimediato tra il 22 luglio e il 2 agosto. Non possiamo certo essere contenti di un segno meno, ma visti gli andamenti del benchmark non c’è da lamentarsi». «In portafoglio – illustra dal canto proprio Marroni – la Fondazione ha pochi titoli di stato italiani, quindi da questo punto di vista c’è relativamente poco di cui preoccuparsi. Le partecipazioni che abbiamo in Cattolica, Mittel e Ubi, certo, soffrono molto la difficoltà dei mercati, ma purtroppo il momento è questo e dobbiamo prenderne atto e capire giorno per giorno come i mercati reagiranno a questo progressivo spostamento dell’asse finanziario globale verso Oriente che il declassamento del rating Usa porterà inevitabilmente in dote. Sperando che tutti gli attori internazionali, paesi virtuosi come Germania o Francia compresi, ne prendano atto consapevolmente tentando di collaborare perché in una logica di differenziazione finanziaria non è pensabile tagliare fuori un paese come gli Stati Uniti». «Il futuro dei mercati finanziari – conclude Valzolgher – non potrà che passare da un responsabile atteggiamento di riduzione del debito da parte dei governi interessati. Sperando che l’atteggiamento di sfiducia dei mercati finanziari sia essenzialmente concentrato nei confronti delle politiche poco virtuose messe in atto da questi governi, e non lasci invece presagire a una nuova evoluzione recessiva dell’economia reale che rischierebbe di avere conseguenze assai più gravi per il futuro. In questo caso la crisi rischierebbe davvero di essere peggiore di quella del 2008».
Fonte: l’Adige del 10 agosto 2011

