Ritorno sul Don

By davide sometti | gennaio 25, 2012

Orario: Da martedì a domenica, ore 9.00-18.00. Lunedì chiuso. Ingresso libero.

La mostra Ritorno sul Don (titolo citazione del libro di Mario Rigoni Stern) è stata redatta per ricordare la sventurata e tragica spedizione delle truppe italiane in Russia.

Tratto dall’Ufficio Stampa della Provincia di Trento.

I video, le fotografie, le mappe collocati nella Galleria nera scandiscono la cronologia di una guerra totale: dall’Operazione Barbarossa scatenata da Hitler con l’obiettivo di annientare l’URSS, all’assedio di Leningrado e Mosca, fino all’offensiva del giugno 1942 che porta le truppe tedesche nel bacino del Don e poi sul Volga, all’assedio di Stalingrado.
Dentro questo grande affresco i visitatori troveranno, come un filo rosso, la guerra degli italiani, dalla partenza del primo contingente, il 10 luglio del 1941, al dolente rientro dei superstiti nella primavera del 1943 dopo la disfatta dell’Ottava armata.
La Galleria bianca si apre con una sezione dedicata alla macchina della propaganda bellica del regime fascista che subito inquieta per la sua violenza e per l’aggressivo antisemitismo.

Dalla propaganda si passa al lascito memorialistico, fiorito copiosissimo nei decenni che seguirono la fine del conflitto. Le sofferte memorie dei reduci spesso testimoniano una travagliata maturazione umana e politica.
L’ultimo tratto della Galleria bianca porta i visitatori nella Russia di oggi: a Mosca, a Voronezh, a Rossosh’, divenuti dopo il 1989 i luoghi del confronto tra opposte memorie, i luoghi della ricerca e di una rilettura di quella che per i russi rimane la “grande guerra patriottica”.

Auguri Pirata!

By davide sometti | gennaio 13, 2012

Il 13 gennaio 1970 nasceva il più grande ciclista della storia contemporanea, Marco Pantani.

Le caratteristiche fisiche di Pantani erano fenomenali: capacità polmonare di sei litri, trentaquattro pulsazioni al minuto a riposo e 180 sotto sforzo; la pressione sanguigna a 60/110 ed era in grado di sviluppare una potenza alla soglia di 400 watt.

Centosettantadue cm di altezza per cinquantasette kg di peso forma, Pantani aveva una struttura muscolare da normolineo, con un enorme potenza nelle gambe.

L’hanno fatto fuori per una vicenda torbida di scommesse che ha ben poco a che fare con lo sport e con la fantomatica lotta al doping. Sfido chiunque a pensare che esista un ciclista pulito con 200 km di percorso al giorno per 15 giorni con salite a pendenze assurde.

Le quattro classi di Trenitalia

By davide sometti | gennaio 12, 2012

E tu a che classe appartieni?

  • standard: per poveracci
  • premium: per poveracci che non ammettono di esserlo
  • business: per business man che girano a spalle della Ditta
  • executive: per vecchi puttanieri

Per il 2012 nuove rotte Ryanair da Verona

By davide sometti | novembre 22, 2011

Oltre alle destinazioni classiche, qui di seguito elencate:

  • Madrid;
  • Parigi;
  • Brussels;
  • Pescara;
  • Bari;
  • Brindisi;
  • Palermo;
  • Trapani;
  • Alghero;
  • Londra.

Ci saranno le seguenti novità per il 2012:

  • Dublino;
  • Edimburgo.

Il 3 Novembre ri-inizia il Servizio Pubblico

By davide sometti | ottobre 23, 2011

Mancano ormai pochi giorni all’avvio della trasmissione sperimentale “Comizi d’Amore” condotta da Michele Santoro.

Dove potete vedere la trasmissione?

Per il Trentino Alto Adige, la trasmissione sarà in onda su RTTR, oltre che sul web (www.corriere.it, www.ilfattoquotidiano.it, www.repubblica.it, www.serviziopubblico.it).

Servizio Pubblico

By davide sometti | ottobre 8, 2011

E’ nato “Servizio Pubblico“.

Il progetto di Michele Santoro è on-line all’indirizzo http://www.serviziopubblico.it/

Donate anche voi 10 eur per una televisione senza padroni né padrini.

Gli amici di Forti: “Usa, trattatelo come la Knox”

By davide sometti | ottobre 4, 2011

TRENTO – “La giustizia italiana ha garantito alla cittadina Usa Amanda Knox un diritto fondamentale in una società civile: potersi difendere davanti ai giudici senza pregiudizi. Nessuno di noi intende oggi entrare nel merito della sentenza di Perugia, ma vogliamo ricordare che tale diritto è stato sinora negato al nostro amico Chico Forti, che da dodici anni si trova in carcere all’ergastolo in Florida con l’accusa di omicidio. Condannato in un processo indiziario non ha mai riuscito a ottenere dalla giustizia Usa ciò che la signora Knox ha avuto in Italia: un processo di appello per poter dimostrare la propria innocenza. Per questo, oggi, dopo la sentenza di Perugia, torniamo a richiedere giustizia per Chico e finalmente un vero processo d’appello”.

Lo afferma il gruppo di amici – industriali, avvocati, impernditori, managere giornalsiti – che da anni si batte a Trento per permettere a Enrico Chico Forti di avere un processo di appello cosa sinora negata. “Se alla signora Knox fosse stato riservato un analogo trattamente oggi non sarebbe all’aeroporto di Fiunicino volare verso casa negli Usa ma si troverebbe ancora in carcere. Chico è ospite di un penitenziario di massima sicurezza in mezzo alle paludi della Florida tra ergastolani. Certamente in condizioni peggiori di quelle riservate in Italia alla signora Knox. A lei chiediamo di farsi interprete negli Usa di questa vicenda. Sarebbe un bel modo per rendere giustizia all’Italia. Quella che Lei ha avuto”.

Di qui l’appello di giustizia rivolto ai governi d’Italia e Usa. Nei giorni scorsi in Trentino è giunto Francesco, il figlio tredicenne di Chico, e in quell’ocacsione, durante una serata al Circolo Vela Torbole, la criminologa Roberta Bruzzone ha dato un filo di speranza. “Ci sono elementi oggettivi che mostrano la violazione dei diritti dell’imputato e, spiace dirlo, tale fatto è imputabile alla difesa, che ha intrapreso strategie suicide per non far interrogare Chico davanti ai giudici”.

Per la Bruzzone “ci sono elementi, nuove testimonianze anche relative all’arma mai trovata del delitto di Dale Pike”. Quest’ultimo era il figlio di un imprenditore tedesco-australiano con cui Forti stava trattando l’acquisto di un albergo in Spagna. “Nessuno ha poi mai avvisato Forti – chiarisce la criminologa – che il suo avvocato difensore lavorava come accusatore nella Procura di Miami”.

fonte: www.ladige.it

Il Paese affonda e il Capo va a puttane

By davide sometti | agosto 3, 2011

Ricetta di B. per il Paese: un’altra festa ad Arcore
DOMENICA SERA, PRIMA DEL CROLLO DELLE BORSE, NUOVA “CENA ELEGANTE” IN VILLA
di Gianni Barbacetto

Il lunedì nero che ha segnato l’inizio d’agosto, con la Borsa a picco e il record negativo dei titoli di Stato italiani, è stato preceduto da una notte di bunga-bunga. Di nuovo. Nella residenza di Arcore. Domenica 31 agosto Silvio Berlusconi ha convocato a Villa San Martino alcune giovani amiche per un’altra delle sue “cene eleganti”. Arrivo dopo le 20, qualche cautela in più rispetto ai tempi d’oro, nessuna esibizione, ma le auto hanno comunque portato ad Arcore un piccolo gruppo di ragazze. Cena, poi dopocena. Uscita delle ospiti (non sappiamo se tutte) dopo le 2 di notte. Ultima ad andar via, una Mini Cooper.

Certo, ci sono importanti differenze rispetto ai festini dell’estate 2010. Non c’è più Lele Mora, che arrivava con le ragazze della sua scuderia: è rinchiuso dal 20 giugno nel carcere di Opera (suo vicino di cella, Olindo, quello vero, quello all’ergastolo per la strage di Erba). Mora è accusato di bancarotta fraudolenta per aver fatto sparire, secondo la Procura di Milano, ben 8,4 milioni di euro dalla sua Lm Management, fallita l’11 giugno dell’anno scorso, malgrado i generosi aiuti arrivati dalle casse di Berlusconi.

Non è più invitato neppure l’ospite fisso dei festini di Arcore, Emilio Fede, unico maschio, secondo i racconti delle testimoni, presente alla seconda fase delle “cene eleganti”, quelle degli spogliarelli e degli spettacolini osè con le ragazze vestite da infermiere o da poliziotte. Assieme all’amico-nemico Mora e alla giovane Nicole Mi-netti, Fede dovrà rispondere in tribunale, il 3 ottobre prossimo, dell’accusa di essere stato fornitore di giovani prostitute per il presidente del Consiglio: almeno una trentina, hanno calcolato i magistrati di Milano Ilda Boccassini, Pietro Forno e Antonio Sangermano, tra cui una minorenne, Karima El Mahroug, in arte Ruby Rubacuori.

Lo stesso Berlusconi è sotto processo per il bunga-bunga: rinviato a giudizio immediato per prostituzione minorile (i rapporti con Ruby che la Procura di Milano considera provati) e soprattutto per concussione, per aver fatto indebite pressioni sui funzionari della questura di Milano, allo scopo di far liberare Ruby fermata dai poliziotti per furto la sera del 27 maggio 2010.

È costato caro a Berlusconi, il bunga-bunga. Non soltanto dal punto di vista economico (ci vuole una bella montagnola di soldi per mantenere la scuderia delle ragazze, i loro appartamenti all’Olgettina, le loro Mini e le loro Smart; e garantirsi per il futuro la loro fedeltà e magari anche il loro silenzio). L’ha pagata anche in termini d’immagine, con il bunga-bunga diventato l’evento italiano più citato nei telegiornali di tutto il mondo (Tg1 escluso). E in termini di voti e di consenso, a giudicare dai sondaggi e dagli ultimi risultati elettorali usciti dalle urne nella primavera scorsa.

Eppure non sa trattenersi. E così domenica sera ha di nuovo riunito una piccola compagnia, impegnata “a risollevare il morale del Presidente”. Di nuovo nella sede ufficiale del bunga-bunga, la villa di Arcore, dove è allestita la piccola discoteca sotterranea “con il palo da lap dance” descritto dalle ragazze che l’hanno frequentata. Dopo l’inchiesta giudiziaria e lo scandalo Ruby, i festini si erano dapprima interrotti, poi erano stati dirottati a Villa Gernetto, secondo quanto racconta al telefono (intercettato) Flavio Briatore all’amica Daniela Santanchè: “Non più lì, ma nell’altra villa: tutto come prima, non è cambiato un cazzo. Stessi attori, stesso film, proiettato in un cinema diverso. Come prima, più di prima. Stesso gruppo, qualche new entry, ma la base del film è uguale…”. Così si sfogava Flavio. “È stato da me due ore, mi fa pena… Ha ragione Veronica, è malato”. E Daniela: “Cosa possiamo fare? Ma allora qui crolla tutto…”.

Il crollo non è ancora arrivato. Nell’attesa, per l’ultima notte di luglio “il film” è stato girato di nuovo ad Arcore. In tono minore, senza i vecchi amici di un tempo. Un remake in tempi di difficoltà. Intanto il Paese sta affrontando la sua crisi più dura. Economica, con la produzione bloccata e l’occupazione giovanile più alta d’Europa. Finanziaria, con i mercati deboli e il sistema Italia sotto attacco. Politica, con una crisi strisciante che dura da mesi. Morale, con indagini giudiziarie che coinvolgono più d’un ministro, compreso quel Giulio Tremonti ormai diventato un’anatra zoppa che non riesce più ad essere il garante della stabilità italiana di fronte ai mercati internazionali.
La barca naviga in acque pericolose e sembra senza guida. In questo clima, il Parlamento trova il tempo per occuparsi di “processo lungo”, una legge che serve a salvare Berlusconi dai processi milanesi. E lui? Si consola di nuovo con il bunga-bunga. Non riesce a trattenersi. È più forte di lui. Mentre la barca affonda…

Male l’asta dei Btp, Italia peggio della Spagna

By davide sometti | luglio 29, 2011

di Superbonus

Il dramma italiano si é consumato in pochi minuti quando é stato chiaro a tutti che la domanda sui titoli di Stato italiani, offerti in asta dal Tesoro, era debole, anzi debolissima, tanto da far schizzare i tassi del Btp a 10 anni quasi al 6 per cento e non coprire integralmente l’offerta di appena un miliardo di Cct, indicizzati all’Euribor. Titoli che sono stati collocati al prezzo incredibilmente basso di 88 rispetto al valore facciale di 100. Una debacle, una crisi annunciata che ha portato il differenziale di rendimento fra il Btp decennale e l’omologo titolo di Stato Tedesco al 3,35 per cento, ma quello che preoccupa ancora di piú é il rendimento dei titoli a 2 anni, schizzato al 4,35 per cento, superando (anche se di poco) quello degli omologhi spagnoli.
“L’Italia non é la Spagna”, si affannava a dire qualche anno fa il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi in tutte le trasmissioni televisive, oggi possiamo dire che é vero: l’Italia é peggio. Gli investitori hanno cambiato idea. Il rischio di un Paese in cui il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia non si parlano, la manovra finanziaria é differita nel tempo e il governo si tiene sui volatili voti di trasfughi, é molto maggiore di quello che sarebbe se si fosse preso atto della crisi e si facesse il possibile per correggere le finanze pubbliche.
L’Italia ha vissuto per troppo tempo al di sopra delle proprie possibilitá, gli anni dei governi Berlusconi saranno ricordati come quelli in cui i problemi non si affrontavano, ma si negavano. E continuare a procrastinare l’archiviazione di questa fase politica e della sua leadership potrebbe essere fatale per il Paese, facendolo cadere in un burrone: con un debito impagabile e contrasti sociali che ne provocherebbero il definitivo collasso. Uno scenario a cui le sale cambi di mezzo mondo si stanno preparando, diminuendo la propria esposizione al rischi Italia e lasciando ai soli investitori italiani il compito di sostenere il proprio Paese. Ma il segnale chiaro che arriva al governo dai mercati é proprio quello che le banche e i fondi italiani non ce la fanno piú: hanno risposto in massa nei giorni scorsi comprando tutto quello che c’era sul mercato, hanno partecipato alle aste, le hanno sostenute, si sono battuti come leoni, ma hanno perso.
L’ondata di vendite che é arrivata dai fondi pensione americani, dagli hedge funds di tutto il mondo e soprattutto dagli investitori tedeschi hanno travolto l’argine alzato dalle grandi banche e assicurazioni italiane. Ora siamo soli, in balia del mercato, impotenti di fronte agli schermi a guardare i nostri risparmi che perdevano di valore, secondo dopo secondo.
Ed ora, cosa succederá? Fino a ieri i leaders europei si erano dati appuntamento a settembre per decidere come mettere in pratica le misure decise nell’ultimo vertice. Ma un mese, con i mercati in queste condizioni equivale a un secolo. Un secolo buio nel quale l’Italia dová affrontare il pericolo di vedere i suoi tassi salire oltre il livello di sostenibilitá, con un asta di Btp programmata per il 28 agosto che rischia di essere la definitiva Capo-retto della Nazione. Il governo non affronterá a cuor leggero l’estate, probabilmente in queste ore la nostra diplomazia si é messa in moto per chiedere un intervento diretto della Bce sui titoli del nostro debito pubblico e stará premendo per una politica monetaria meno restrittiva.
Non ci é dato di sapere se questi tentativi sono in corso e se andranno in porto, di certo possiamo dire che senza un aiuto esterno l’Italia é condannata. Non ci sono abbastanza compratori per i nostri titoli di Stato e le munizioni a nostra disposizione sono finite. Il ministero del Tesoro é la nostra ultima trincea, un cambio in corsa ora non sarebbe opportuno, la politica dovrebbe fare un passo indietro per senso di responsabilitá e unirsi a difesa della ricchezza della Nazione. Per la resa dei conti interna c’é tempo.

www.superbonus.name

fonte: Il Fatto Quotidiano, 29 luglio 2011

Il Bossi perduto

By davide sometti | luglio 19, 2011
di Luca Telese

Stavolta Umberto Bossi è davvero bollito. Nessuno lo vuole dire, esplicitamente, dentro e fuori la Lega, ma moltissimi lo sussurrano a mezza bocca: Umberto Bossi perde colpi. Nessuno lo dice così, nemmeno fuori, perché teme di finire sotto il fuoco ustorio del politicamente corretto e perché è difficile dire che Bossi perde colpi perché automaticamente scatterebbe l’accusa di infierire contro una persona malata.

Invece Bossi perde colpi – e tanti – per motivi che prescindono del tutto l’ictus e dai suoi postumi, motivi che hanno poco a che vedere con la spigliatezza oratoria o con l’agilità intellettuale che segnarono la sua ascesa e che ora sono evaporati nel rutto, nel dito medio alzato e nella battutaccia sfiatata. Bossi perde colpi perché nessuno, nemmeno quelli che gli sono vicini, riescono più a capire dove stia andando e presumibilmente, nemmeno lui lo sa. Perde colpi e sembra un pugile suonato, prima di ogni altra cosa, perché non ha una linea. C’era per esempio un Bossi, una volta, che sfotteva il suo stesso figlio soprannominandolo “Trota” e che non si sognava di rispondere ai satirici – come il geniale Maurizio Crozza – che mettevano in scena una pantomima grottesca del suo addestramento alla successione (“Ehi papi…”, “Dimmi trota”). E c’è invece un Bossi che sentendo aumentare la sua insicurezza arriva a designare quello stesso “Trota”, come “possibile successore” in casa leghista, mettendo in subbuglio tutti i colonnelli. E che sembra essere caduto prigioniero del “cerchio magico” che si è stretto intorno a lui negli ultimi mesi: la moglie, il figlio, l’ex sindacalista Rosi Mauro, e poi un puro e duro come Federico Bricolo e il minoritario capogruppo a Montecitorio, Reguzzoni.

C’era sicuramente il Bossi delle grandi sparate (come “La vita dei giudici vale meno di una pallottola” ), ma era un Bossi che dava alla sua irruenza il tono goliardico, antisistema e mai contaminato dal dubbio che lo rendevano così diverso dagli altri. Lui diceva cose del tipo “Questo è l’anno del Samurai” (1995, il grido di battaglia del ribaltone) “Berluskaz Berluskaiser, stavolta ti seghiamo il balconcino”, e tu capivi sempre dove voleva andare. E perché non avesse bisogno di ritrattare anche quando la sparava grossa: “Signora quel tricolore lo metta nel cesso”, alla mitica Lucia Massarotto da Venezia (correva l’anno 1997, adesso la signora è stata sfrattata). E Bossi diceva anche cose ferocemente sublimi del tipo.“Miglio? È una scoreggia nello spazio!”, al punto che era difficile distinguere l’imitazione di Corrado Guzzanti che gli attribuiva un’invettiva anti-papale come questa: “Wojtila è un papa polacco che ruba lavoro ai papi stranieri”. Si arrabbiò come una belva, invece, il senatùr, quando lo stesso Guzzanti lo mise in scena con una maschera di ferro in viso alla Hannibal Lecter: “Quelli in Rai non ci tornano” (e infatti i Guzzanti, per un motivo o per un altro non tornarono). Ma era sempre la vendetta di un capo guerriero, dell’uomo che dopo una prima vita passata a fingere di essere medico (usciva da casa, come ha raccontato la prima moglie, con la valigetta e non era laureato), era diventato un leader, uno che ripeteva: “Mia moglie scende in battaglia con me”. Adesso è Manuela Marrone che viene sospettata di indicare la linea della battaglia. E il Trota, che lui prendeva simpaticamente per il culo adesso, fa lo statista, come se pensasse di essere diventato un delfino.

Il punto di non ritorno è tutto racchiuso in un testa coda di venerdì 15 luglio, proprio a poche ore dal sì della Giunta della Camera all’arresto di Papa (coi due leghisti in commissione che si erano astenuti). Bossi intercettato dai cronisti è lapidario: il deputato Pdl deve andare “in galera”. Tutto a posto? Macché, nulla. Sabato 16 luglio, il Senatur torna indietro precipitosamente per dire l’opposto: “Le manette non vanno messe mai, se prima non facciamo il processo”. Che cosa è successo, in quelle 24 ore? Di tutto. Il leader del Carroccio, per la prima volta, deve rincorrere se stesso, anziché guardare da lontano l’effetto che fa. C’è la Lega, la sua Lega che alla Camera ha un altro stratega, quel Bobo Maroni che era il più antico compagno d’arme quando andavano a fare le scritte sui cavalcavia. Ci sono decisioni che gli passano sulla testa, e su cui lui vuole mettere il cappello. E c’è Silvio Berlusconi che lo chiama per dirgli: “Umberto sei impazzito? Qui viene via tutto”. Ma i ribelli della Camera avevano già dato un segnale della propria forza quando un mese fa stavano per decapitare Reguzzoni e il “Cerchio magico” si era dovuto stringere intorno al leader per convincerlo a cambiare idea. E il malessere era emerso anche dopo Pontida, per quello striscione enorme esposto nella piana: “Maroni premier”. E i bossiani a dire che era stato “autorizzato” dal leader (autorizzato un corno, se è vero che il giorno dopo aveva dovuto dire “Qui comando io”). E che dire di quelle grida che lo avevano quasi stupito “Secessione-secessione!”. E lui quasi a correre dietro al coro.

Dice Mauro Borghezio (uno che si definisce “Io sono in un solo cerchio: il cerchio operaio”), eurodeputato, ultimo cuore della Lega pura e dura, convinto che invece Bossi stia tornando faticosamente alle origini: “Bossi è lucido: qualche volta è stanco, certo. A Pontidaerastanco,maancheioavolte lo sono”. E aggiunge, quello che fino ad oggi ha tenuto insieme il gruppo dirigente: “Io in una Lega senza Bossi non potrei starci volentieri”. Già, il rischio di una guerra suicida per la successione è quello che fino ad ora ha fatto da freno. Ma è vero anche che la malattia ha creato un precedente. La Lega senza Bossi andava benissimo anche elettoralmente. E allora il problema è che Bossi perde colpi perché non si può essere uominipertuttelestagioni,soprattutto se si è assunta la politica come dimensione epica, spettacolare, fantasmagorica. Ora Bossi è incatenato al berlusconismo come mai era stato legato a nulla.

Nel 1995 liquidò Berlusconi con una cena di sardine dopo aver passeggiato in sigaro e canotta nel suo giardino, e nel 2000 ricostruì l’alleanza con una spregiudicata passeggiata a Teano, prendendo il leggendario caffè con lo stesso Fini che aveva fatto voto di non incrociare mai più una tazzina con lui. Ora Bossi è bollito perché lui, che era stato il re della mossa del cavallo, si ritrova costretto a provare la via degli ossimori democristianissimi, il rinnovamento nella continuità che logora chi lo fa. Alle amministrative Bossi poteva dire ai suoi che avrebbe divorato il Pdl, e spiegare a chi mordeva il freno a Milano per il sostegno alla Moratti (come Matteo Salvini) che a Gallarate si sperimentava lo sganciamento, con la Lega contro tutti. Bossi è bollito perché i voti del Pdl sono fuggiti via, perché a Milano ha perso con la Moratti e perché a Gallarate ha perso con la Bianchi Clerici. Era il leader che le azzeccava tutte anche quando sembrava impossibile, adesso è quello che le sbaglia tutte, anche quando nessuno se lo aspetta.

fonte: il Fatto Quotidiano, 19 luglio 2011

E’ scemo, eh?

By davide sometti | luglio 7, 2011

Forse non tutti sanno che…

By davide sometti | giugno 22, 2011

“Il patto Berlusconi-Bossi esiste. Dal notaio”
di Elisabetta Reguitti

Il Fatto Quotidiano, 22.06.2011

Tanto per intenderci, Gilberto Oneto è uno che quando detta il suo indirizzo mail non pronuncia il suffisso “it”. Al massimo lo sostituisce con itterizia. Si è iscritto alla Lega di Bossi nel 1986 e ha rinnovato la tessera fino al 2006. Architetto, giornalista è studioso dell’autonomismo delle regioni padano-alpine. Nel 1996 viene nominato responsabile dell’identità culturale nel “Governo della Padania”. Per anni – prima di entrare in polemica con la dirigenza leghista – ha tenuto rubriche settimanali di storia identitaria sul quotidiano La Padania e su Radio Padania Libera. Per Libero ha praticamente riscritto la storia del Risorgimento in salsa leghista. Amico e collaboratore di Gianfranco Miglio, Oneto conosce la Lega da dentro.

All’Infedele di Lerner lei ha confermato che tra Lega Nord e Berlusconi esiste un patto firmato da un notaio in virtù del quale i dirigenti del Carroccio non potranno mai ribellarsi al Cavaliere.

Un fatto risaputo da tutti nel partito e scritto anche in diversi libri (il primo fu Leonardo Facco nel suo Umberto Magno, ndr). Quel patto esiste. Un accordo tra due persone (Bossi e Berlusconi ndr.), che quindi non ha la valenza legale ma poco importa. Quel pezzo di carta per Bossi è un patto d’onore che verrà rispettato fino alla morte.

Quanto è costato l’accordo?

A Berlusconi, sembrerebbe, i soldi per saldare i debiti della Lega e per cancellare centinaia di querele che pendevano sul quotidiano di via Bellerio (che al tempo titolava: “Berlusconi, sei un mafioso? Rispondi”, mettendo in prima pagina le foto di Riina, Brusca, Bagarella, Berlusconi e Dell’Utri ndr.). A Bossi costa accettare e farsi andare bene le scelte più immonde.

Come quando nel ’98 alla Camera dei deputati la Lega Nord votò contro la richiesta di arresto di Cesare Previti, uomo di fiducia di Berlusconi?

In qualche modo fu l’anno della svolta per la Lega che smise i panni di movimento per indossare la cravatta d’ordinanza di un partito che di “sì” in “sì” ha addirittura accettato la guerra in Libia, contravvenendo persino all’articolo 11 della Costituzione. Argomento questo che peraltro mi sembra abbia avuto poco peso anche per lo stesso presidente della Repubblica, che sulla vicenda non ha mosso un dito. Ma tornando alla missione in Libia che senso ha andare a Pontida proclamando che ora bisogna ritirarsi? La dichiarazione di guerra non l’ha fatta certo Harry Potter e i leghisti di Roma dove se ne stavano? Ora si sono inventati la trovata della guerra a tempo…

Del raduno di domenica cosa rimane?

Un Bossi che cerca di fare il punto su una situazione difficile in cui si è cacciato da solo. Per la prima volta in 20 anni il popolo ha interrotto il discorso del Capo – mai accaduto prima – urlando se-ces-sione. Poi quel tentativo, quasi vano, di ufficializzare il passaggio di testimone a Roberto Maroni.

Perché quasi vano?

Perché faranno di tutto per non permetterglielo.

Chi?

Quelli della “banda del buco” che generalmente i giornali definiscono come quelli del “cerchio magico” fatto dalla moglie (assente a Pontida ndr) all’ interno del quale stanno, come dei figuranti, i vari Francesco Belsito (tesoriere della Lega), Marco Reguzzoni, Federico Bricolo e Rosi Mauro. Bossi di tanto in tanto cerca di sfuggire a quella presa mortale perché si è reso conto che è arrivato il momento delle consegne. Sono convinto che proprio nel discorso di Pontida, quando ha parlato dei 15 anni di politica, abbia cercato di farlo capire anche a Berlusconi.

Quindi cosa accadrà?

Bossi pensa che Roberto Maroni sia l’uomo giusto, anche se non sarà mai un leader semplicemente perché non ne ha le caratteristiche. In fondo Maroni è uno che preferisce stare tranquillo, ma è l’unico che può evitare lo sfacelo della Lega. Un’altra ipotesi è che a Maroni venga almeno concesso di fare da traghettatore verso i diversi appuntamenti congressuali dove si scanneranno gli uni con gli altri. Alla fine vincerà il migliore magari proprio riuscendo a fare fuori i vari “leccachiappe e cadregari”.

E poi?

Poi sarà ora che anche gli altri partiti si sveglino, compresa la sinistra. Il futuro è nelle Leghe quelle che, però, a Roma non ci vanno. Parlo di identità autonome siano esse liberali, ma anche cattoliche. Mi chiedo: che fine hanno fatto le proposte autonomiste di Cacciari e Chiamparino che sembrano rientrati nella dimensione monolitica di un partito unico. A lei sembra che in Catalogna stiano forse male? Io penso che l’autonomia farebbe bene a tutti. E guardi che in fondo i militanti della Lega sono arrabbiati perché chi è andato a Roma si è dimenticato quello che sta scritto nello statuto della Lega.

Cioè?

L’indipendenza della Padania.

Secessione?

No, quello è uno strumento e non il fine. Io parlo di autodeterminazione che, come diceva Gianfranco Miglio, significa libera scelta di stare con chi si vuole e con chi ci vuole. Quello è l’unico vero obiettivo. Poi però mi chiedo come sia possibile definirsi indipendentisti e contemporaneamente fare il ministro “di Polizia” dello Stato italiano.